“IL MARE
E LA MENTE UN MARE DA SCOPRIRE”
Scartoffiando qua’ e la', nella
documentazione che negli anni abbiamo messo da parte con cura
al Diving, sono emersi dei documenti molto importanti, che
abbiamo deciso di unificare in questo documento e di pubblicare
per l’ alto contenuto scientifico e culturale che se ne trae.
Anche se alcuni aspetti possono apparire sconcisi, in realta'
si ravvisa digerendo bene i contenuti lo scopo di questo articolo.
Questo aspetto delle mie attivita' concilia la mia parte professionale
e le mie passioni subacquee. Forse non e saggio mettere in
contatto il lavoro con lo svago, ma non posso resistere alla
tentazione di studiare da un punto di vista psicologico gli
aspetti connessi alle attivita' subacquee. Lo faccio forse
perche' come sono abituato e mi piace approfondire e conoscere
il senso di quello che faccio e che e' oggetto dell' interesse
delle persone, forse perche e' cosi grande il ruolo del mare
nell' equilibrio e nella vita di coloro i quali hanno a che
fare con questo elemento, che non si puo' non prenderlo in
considerazione. In Italia sta consolidandosi un movimento
di studi e ricerche nel campo della psicologia delle immersioni
ed in generale delle attivita' subacquee. Come si puo' non
pensare al significato simbolico di "andare in fondo
al mare" ? Come si fa' a non vedere la forza di questo
elemento nell' equilibrio dell' uomo. Nelle leggende, nei
miti, nell' immaginario collettivo, nelle abitudini e nelle
tradizioni dei popoli che vivono sul mare e nel mare. E poi...
perche' si sceglie di andare sott' acqua, a cosa serve e perche'
per alcuni e tanto importante? Fare sub non e' piu' appannaggio
di pochi supereroi coraggiosi con poche attrezzature e molte
speranze, e' una attivita' ricreativa di massa, la quale puo'
essere svolta dopo una formazione relativamente breve e con
una forma fisica raggiungibile dalla maggior parte delle persone.
Questo comporta la necessita' di affrontare nuovi problemi
comportamentali che attengono sia al settore della psicologia
dello sport che della psicologia sociale. Questa nuova dimensione
comporta la necessita' di aumentare il livello di attenzione
alla prevenzione dei comportamenti rischiosi in acqua e della
gestione delle emergenze anche dal punto di vista psicologico.
DAN Europe ha inserito la psicologia delle immersioni nei
suoi programmi di formazione attraverso una serie di interventi
scientifici sulla rivista Internazionale Allert Divers pubblicata
in 6 lingue (inglese, francese, spagnolo, tedesco, italiano,
olandese) diffusa nell' area dell' Europa e del Mediterraneo,
che comunque al Diving Center Punta Stilo e’ reperibile, da
approfondire per gli Amici Subacquei che hanno frequentato
il corso Oxygen Provider. La sistematicita' epistemologica
e metodologica del lavoro scientifico richiede, cosi come
accade nella reale pratica clinica, un' integrazione con gli
aspetti mitopoietici ed estetici dell' esistenza. Cio fa sembrare
utile, e per me piacevole, condividere alcune considerazioni
poco sistematiche, ma di carattere metaforico e allusivo,
sulla psicoterapia, collegandola ad una metafora per me sorgiva
e vivificante: il mediterraneo. Del resto e utile intrecciare
la rigorosita' del metodo ed i serbatoi dell' immaginario.
Le suggestioni che propongo qui sono, quindi, di carattere
essenzialmente letterario. Il Mediterraneo del resto e all'
origine di problemi e riflessioni sull' uomo ancor oggi attuali:
basti pensare ai santuari terapeutici legati al culto di Asclepio.
Propongo di "pensare" il Mediterraneo come uno dei
miti e delle epistemologie fondativi del mondo occidentale,
assumendolo, quindi, come luogo centrale del transpersonale
(Lo Verso 1989, 1994) etnico nella nostra civilta'. Attorno
ad esso del resto c' e' stato lo scontro tra le culture fondamentalista
e la grande apertura alla cultura dello scambio, della relazione,
della condivisione e del crogiolo delle differenze. Vorrei,
qui, proporre alcuni nessi metaforici fra vari concetti. La
nostalgia: Il riferimento e ai nostoi, la saga dei ritorni
degli eroi greci vincitori a Troia. I piu celebri sono quelli
di Agamennone e di Ulisse. Ulisse: una metafora mai esauritasi.
Lo sceglie Dante per parlare della ricerca e della conoscenza
e dell' andare oltre, lo sceglie Joyce per parlare della modernita'.
Lo scelgono, Lucio Dalla e Stefano D'arrigo per parlare del
mito. Quest'ultimo nel suo meraviglioso romanzo 'Horcinus
Orca' sceglie un giovane marinaio 'N,dria' (Andrea, uomo)
reduce dall' orrore della guerra (che pero' ancora oggi qualcuno
esalta) come protagonista di un ritorno a casa, ancora una
volta bello e deludente insieme. Un solo punto vorrei segnalare:
Ulisse ha riassunto, anche, l' immaginario (maschile) del
rapporto maschile-femminile e cioe' della differenza e della
vicinanza; Atena, Circe, Calipso, Nausica, Penelope, Ino Leucotea
ecc. Dee, maghe fanciulle, mogli, ninfe. Ulisse "bello
di fama e di sventura" e l' uomo del ritorno a casa,
ma anche della scoperta del meraviglioso. E' colui che idealizza
il non sradicabile talamo nuziale, ma che con la spada e con
i segni della sua storia, con l' eroicita' o con l' umanita',
lega a se le straordinarie donne che incontra e ne viene amato.
Ulisse e l' uomo che ha profonda conoscenza del dolore e della
persecuzione ingiusta di uomini e dei ma anche della vittoria,
dell' amore, dell' infaticabile senso del vivere pienamente.
Ulisse conosce la miseria e la vilta degli uomini (e la propria)
ma anche il coraggio e la grandiosita' e la bellezza del vivere,
dell' amore, della dignita umana, del conoscere. Qualunque
sia il gioco delle proiezioni auto-biografiche che facciamo
su di lui, ce lo troviamo davanti come oggetto culturale e
identificatorio privilegiato. (La depressione, per esempio,
e' anche la perdita della possibilita' di esplorare o di sperare:
la perdita della possibilita' dell' incontro e del futuro).
La paura, il narcisismo, la meschinita', l' indifferenza sono
da lui affrontate e cio gli consente di accettare, ma anche
condividere, se e il caso, l' incontro con la differenza,
con l' alterita. La sua astuzia non e manipolazione ma e sopravvivere
e vivere. Ulisse e il Mediterraneo (di cui Matievic parla
come cultura unitaria). Il suo e un antropopsichismo che non
concepisce fondamentalismi. Se e' costretto combatte il suo
nemico: se e' possibile a viso aperto, ma non crea freddi
e nordici Gulag o campi di concentramento. Non e' un 'ominicchio'
che vive di piccoli interessi personali o di astuzie sottobanco.
L'altro mantiene la sua umanita'. Persino del ciclope viene
mostrato il dolore e la rabbia. Nella letteratura moderna
Ulisse e grandemente presente: e l' uomo della civilizzazione
e della contemporaneita'. La bellezza: Un, subacqueo professionista,
racconta un sogno in cui si avvicina in barca ad un' isola
verde sul mare, forse Marettimo o Miroa o un'isola Greca:
li si immerge, e in una parete di roccia trova una fessura
nella quale prende un ramo di corallo. L'interpretazione freudiana
riporta cio al corpo della madre, alla curiosita' infantile,
al proibito, alla nostalgia, alla colpa. Una lettura junghiana
parlerebbe invece di esperienza iniziatica. La gruppo analisi
soggettuale non dimentica questo, ma, all' interno di una
epistemologia della complessita', pone anche attenzione alla
relazione in atto, alla ricerca di cio' che non e conosciuto,
al desiderio e alla paura della bellezza, alla nascita del
futuro, presente in ogni incontro. Riprendiamo qui un concetto
centrale in questo contesto: quello di parti non nate (Napolitani1987).
Esse sono cio' che la nevrosi ha impedito di vivere o di simbolizzare,
ma anche cio' di cui non vi e mai stata occasione di fare
esperienza. Lo stesso racconta poi un episodio della sua vita:
per il suo lavoro gli accadeva di immergersi lungo un' immensa
parete ad alta profondita' in compagnia del grigio, del freddo
e della paura, e poi, arrivato sul fondo, di accendere una
lampada subacquea, ridando ai colori la possibilita di esistere
e di illuminare una parete di corallo in piena fioritura.
I simboli della luce, della bellezza, del grigiore e del rosso,
interessano molto gli psicoterapeuti. La luce umanizza l'
immensita della parete e della profondita'. Il corallo rosso,
colore del sangue e della vita, e usato da millenni per scacciare
il demonio e il malocchio. Il sangue e cio' che consente il
corpo vivente, che e il contrario del soma, del cadavere.
Il corpo vivente nostro e dell' altro e' tale nell' autenticita'
della relazione, non nell' intervento manipolativo su di esso.
Una psicoterapia ridotta a pura tecnica manipolativa, in cui
l' altro viene oggettivato in un' illusione di controllo della
sua diversita', riporta noi a puro ruolo tecnico e i pazienti
al soma ed alla sua diversita' ed incomprensibilita'. Il linguaggio
spesso ci tradisce, ma e impossibile concepire la depressione
al di fuori dell' interezza dell' esser umano che la vive.
Cio vale piu' in generale per il dolore. Esiste un dolore
che non sia il dolore di qualcuno? (Moravia 1986), e poi ancora:
esiste una depressione al di fuori del nostro rapporto con
essa e con chi ne e travolto? Il borghese il barbaro, il fondamentalista,
l' imbroglione il narcisista (1) hanno in comune questo: temere
di pensare e di vivere eticamente cio che di duro vi e nella
condizione umana in quanto tale. Freud ha gia' detto , del
resto, molto tempo fa, che la differenza fra salute e malattia
in campo psichico e quantitativa, non qualitativa, il che
implica che in maniera molto diversa poiche la psicopatologia
non consente di vivere, pazienti e curanti siano sulla stessa
barca. La mancanza: Condivido la proposta fenomenologica di
considerare la depressione anche come un vissuto legato alla
mancanza e come il primato di presenze mentali fondamentali
ma irraggiungibili. Nella "ligheia" di Tomasi di
Lampedusa (di cui vi e stata una bella lettura junghiana di
Basilio Reale) il protagonista, un professore universitario
di greco amo' nella sua gioventu', e dentro di se per tutta
la vita una sirena di un amore solare, pieno, primordiale.
Per tutta la sua lunga vita, piena di interessi e riconoscimenti
scientifici, non ebbe piu' alcun rapporto con le donne, finche'
vecchio, andando per nave ad un congresso, si lascio cadere
in mare, dove lei lo aspettava da tanti anni. La mancanza,
male contemporaneo, causa la formazione di un Self senza confini,
affamato di dipendenza e pieno di vuoto. Tale vissuto e' tuttavia
un dato ontologico: esso ha a che fare con la storicita' fantasmatica
o interpsichica delle relazioni esperite dalla nascita in
poi. Anche uno dei piu felici cantori dell' umano, Ludovico
Ariosto che ha scritto il poema sugli amori i cavalieri, e
l'armi e che ha lasciato di Alcina e di tante altre una sfolgorante
immagine di bellezza, dice che non c' e' il vuoto ma ci sono
Medoro e Angelica nella mente pazza di Orlando (2) . Ci sono
sempre gli altri, c' e' sempre la storia psichica, la mancata
presenza ideale, nella psicopatologia. La cultura e il mito:
Alcuni temi centrali della ricerca gruppo analitica soggettuale
sono il rapporto gruppo- individuo, quello fra antropologia
e inconscio, quello fra miti familiari in cui si e catturati
e di esplorazioni del mondo e dell' alterita'. Un esempio
di questo scontro di culture. Che cosa e un delfino? Stefano
D' Arrigo, in quello che e' forse, dopo l'Odissea, il piu
bel libro sul mediterraneo, Orcynus Orca propone un dialogo
fra un ufficialetto veneziano, il quale parla del delfino
che salva i poeti, che gioca con gli uomini , che e tenero,
e un pescatore di Cariddi (Capo Faro , sullo stretto di Messina)
che, invece parla della 'fera' che ruba il pesce dalle reti
affamando i pescatori, che e, seduttiva, intelligente, opportunista,
quasi umana insomma. E del resto il delfino e l' uomo rimasto
in mare e un appassionato subacqueo e un delfino di terra
un po' impacciato ed in esilio. Esilio una parola anche molto
bella e tenera. E' l' anima di Ulisse, lo e' di molti pazienti,
lo e' di tutti quelli che hanno dovuto vivere, per qualche
aspetto, lontani dal proprio 'noi', dalle proprie appartenenze.
Depressione e immersione: Negli ultimi anni molti clinici
hanno segnalato il fatto che la depressione ha anche a che
fare con l' individualismo esasperato; la perdita del sentimento
di continuita' fra le generazioni che non consente piu' di
guardare la morte e costringe alla negazione consumistica
non solo di essa, ma anche di cio' che solo dialetticamente
con essa puo esistere; la ricerca, l' immersione profonda,
la passione per la vita. La negazione consumistica investe
il corpo che diventa tutto superficie, abbronzanti, body therapy,
apparenza, chirurgia plastica. Cio che potrebbe essere emancipazione
dalla tirannia del transpersonale e dell' esistere del soggetto
solo nella continuita' diventa identificazione di superficie
agli oggetti, al fluire dell' immagine delle cose, di cui
la pubblicita' televisiva ed il potere politico manipolativo
ad essa legato e il migliore esempio. Il corpo diviene rappresentazione-apparenza
piuttosto che luogo dell' azione, dell' emozione e della relazione.
In tale modo non vi e' piu' spazio per tollerare il dolore.
Persino alcune cosi dette tecniche terapeutiche, a volte solo
formalmente piu moderne dei vecchi manicomi, rischiano di
causare la messa a tacere del paziente nelle sue parti che
non sono dette ne debbono dirsi. Neanche per la malinconia
come vissuto rischia di esservi posto, eppure questo sentimento
intenerisce il cuore all' uomo che guarda al tramonto, e di
malinconia insieme alla gioia delle notti estive parla la
musica mediterranea. Oggi il turismo di massa e arrivato sott'acqua.
Nulla a che fare con Colapesce ma costose attrezzature e giretti
in comitiva. Nulla di male, anzi e' una possibilita' per molti,
anche se, ai miei occhi di vecchio subacqueo ha un sapore
un po' virtuale. Nella metafora dell' immersione spesso usata
nella terapia analitica cio' e', tuttavia, piu' problematico.
Esiste certo l' intrattenimento terapeutico ma nel nostro
campo restare sulla superficie, magari. calmando per un po'
la sofferenza con un uso consumistico di farmaci e di buone
parole in realta' puo' non consentire di trovare un senso
del vivere. La psicopatologia non puo' essere sfuggita. migliorare
il comportamento, prendersi cura, ascoltare, incoraggiare
educare, addestrare i comportamenti ecc. sono tutte cose che
non possono sfuggire al problema duro del curare e del guarire
che non dovrebbero essere cosi limitanti neanche in campo
medico e infermieristico. L' immersione in psicoterapia e'
un' esperienza difficile, faticosa, pericolosa se non gestita
con perizia e tenacia esponendosi in prima persona e con pieno
carico di responsabilita' rispetto alla fatica ed agli esiti.
In questo caso il termine immersione non e solo metaforico.
Ad alta profondita' vi e un rischio reale. Nel nostro caso
e in ballo la possibilita' di vivere degnamente. Il gruppo
e il mare: Nella fase iniziale dell' analisi sono frequenti
i sogni di mare in tempesta. La psicopatologia e', forse soprattutto,
costituita da reti di significazione e rapporti interni e
impedimenti al poter concepire il mondo da parte del soggetto.
Il gruppo clinico con la sua proposta di vivere uno spazio
relazionale ignoto, viene quindi, vissuto inizialmente, a
volte, come un mare in tempesta. Il transpersonale familiare
sintomatico non puo essere tradito: incontrare il gruppo puo
essere sentito come trasgressivo rispetto al familiare interno/esterno
sintomatico (Nucara, Menarini e Pontalti 1995) cosi come lo
e' innamorarsi, incontrarsi con la differenza, portare avanti
un progetto di se nel mondo. 'L'altro' e pericolo, invasione
infettante, AIDS, musulmano, ebreo. Il dibattito su invasione
e possibilita' legati all' alterita' non e', quindi, attinente
solo alla psicopatologia, alla paranoia individuale e di gruppo
ma vale anche per la cultura. Un siciliano dell' interno di
cultura contadina, Sciascia, ha potuto scrivere una frase
scandalosa per gli altri siciliani, e cioe' che i siciliani
non amano il mare. Il piu grande testo dell' epopea contadina.
Le opere e i giorni di Esiodo, parla della speranza che tutto
sia sempre uguale e postula l' estraneita' e la novita' come
cio' che distrugge le messi e le vite. L' epistemologia marinara
e intrinsecamente diversa. Il domani puo portare naufragi,
ma anche una ricca pesca. Lo straniero, il diverso e ricercato
e indispensabile, perche' con lui si possono fare "traffici"
e scambi e da lui si puo imparare. (Nel mondo marinaro l'
altro e spesso stato nemico ma vi e' troppa 'cultura' ed esperienza
per parlare di 'civilta superiori'). A mio avviso la terapia
e' anche un confronto fra queste due epistemologie, questi
due bisogni psichici: quella della continuita' e quella della
discontinuita'. Senza la seconda essa piu' che trattamento,
rischia di essere intrattenimento o controllo. Se il terapeuta
non puo', ogni volta, cercare di affrontare il mal di mare,
la nausea, le durezze del proprio mondo interno o il sentimento
di perdersi, gli sara' impossibile consentire all' altro di
cercare di guardare , di immergersi nelle proprie relazioni
interne. In gruppo non ci sono divani, ne analisti senza memoria
e senza desiderio. Il gruppo e' il luogo dello sguardo e della
piena presenza del corpo: questo vale anche per l' analista
che e sempre "tirato dentro" da una rete relazionale
siffatta. Il terapeuta come persona e inevitabilmente "visto"
e conosciuto (ma questo in qualche modo vale per ogni terapia
realmente relazionale). In un momento difficile un subacqueo,
che ha sempre vissuto nella convinzione di odiare la propria
madre, fredda e disinteressata, e' vicino a scoprire il culto
fusionale inconscio e l' infinito bisogno che sin dall' infanzia
lo lega a lei e che forse e collegato alla sua omosessualita'.
L' immagine di medusa che impietrisce chi la guarda e una
buona metafora del timore inconscio di questo tipo subacqueo,
rispetto alla terapia analitica di gruppo e in genere all'
intimita con altre persone. A questo punto terrorizzato ma
trepidante, si volta improvvisamente verso il terapeuta e
gli chiede (avendo sentito parlare della storia subacquea
dell' analista): "Ma tu ti sei mai immerso di notte al
largo"?, cioe: "Ma tu sei disposto ad andare dove
mi chiedi di andare?" (E cio, nel suo caso nel buio dell'
ignoto, oltre le certezze della fusionalita' con la madre,
all' incontro con l' altro. Il terapeuta risponde con molta
autenticita di si, ma fra il dire e il fare... Rispetto a
quanto ho detto una metafora adeguata per il terapeuta non
e piu' quella freudiana dell' analista" archeologo"
che condivide la discesa agli inferi, bensi quella del navigatore
fenicio. Questi si basava sulla padronanza dei propri strumenti
(la barca, le vele, i remi, la sua capacita di navigare con
le stelle, la sua esperienza e resistenza psicofisica), ma
sapeva che il mare aperto e piu' forte di qualunque uomo e
che, soprattutto se cercava di scoprire territori ignoti,
non poteva prevedere se, dove e quando sarebbe approdato.
Egli sapeva pero' che solo il funzionamento e la sintonia
dell' equipaggio garantivano la navigazione. Come l' antico
esploratore, il terapeuta non possiede mappe dettagliate che
gli dicano prima di andarlo a scoprire come e fatto il territorio,
ma possiede un setting, una formazione, dei quadri di riferimento
teorico, la conoscenza della psicopatologia, degli strumenti
di navigazione, un'adeguata esperienza fatta nei propri viaggi
(terapia personale, supervisioni, studio scientifico, esperienze
del lavoro e del vivere). Questo viaggio metaforico ci ha
portati alla questione dell' etica e della competenza in psicoterapia
e cioe' alle conditio sine qua non del nostro lavoro.. Anche
qui ci aiuta un vecchio proverbio mediterraneo, "a mari
un ci sunnu taverni" (a mare non ci sono taverne), e
cioe' non c'e possibilita di chiacchierare e vantarsi. Ritengo
quindi che l' onesta del nostro lavoro implichi la capacita'
di valutarlo senza auto-collusioni quindi anche con gli altri.
Mi viene da pensare ancora all' immersione. In essa se si
commettono errori, se progetti e strumenti non sono chiari,
si rischia molto. Lo stesso si rischia se l' ansia, la superficialita',
il rifugio nelle piccole tecniche impediscono una esplorazione
non turistica. Lo stesso e' in psicoterapia e forse ancor
di piu visto che chi rischia, anche con l' intrattenimento
e la cronicizzazione, e' il subacqueo. “... ci insegno anche
che il Mare non era il "mondo del silenzio", come
molti avevano cominciato a definirlo, bensi un mondo percorso
da urla mentali che non si percepiscono con le orecchie ma
con cuore e mente dell’ uomo” Riporto alcune caratteristiche
che ritengo possano differenziare l’ immersione subacquea
di tipo sportivo (anche tecnica) da altre discipline facendone
un’ esperienza con una forte valenza emotiva oltre che una
pratica sportiva: - e uno sport nel quale il principiante,
pur non possedendo alcuna competenza specifica, puo raggiungere
i traguardi prefissati dall’ istruttore in pochissimo tempo
a differenza di altre attivita' dove occorrono anni di impegno
per ottenere risultati importanti; - il raggiungimento degli
obiettivi sottosta' alla presenza di stress e di un particolare
stato d’ animo (apprensione) in maniera piu significativa
rispetto ad altre discipline sportive; - i fattori eta', sesso
e forza fisica sono del tutto relativi se raffrontati con
l’ importanza che assumono in altri sport; - l' elemento discriminante
che fa' si che un sub possa diventare nel tempo un “esperto”
e la cosiddetta acquaticita. Con questo termine si intende
una naturale confidenza che l’ essere umano ha per l’ acqua
fin dalla nascita. E’ facile osservare come un bambino di
pochi mesi si trovi perfettamente a suo agio nell' acqua da
alcuni elementi che vanno dall’ assoluta tranquillita' e piacevolezza
procurata dal trovarsi immerso nell' acqua allo spontaneo
"riflesso all'apnea" (interruzione volontaria della
respirazione) attivato dal semplice contatto dell' acqua sul
viso. Il timore che a volte alcuni bambini manifestano col
passare del tempo e spesso il risultato riflesso delle paure
degli adulti con cui i bambini si rapportano e, quindi, del
mancato mantenimento della primitiva confidenza. L’ acquaticita'
e', comunque, un argomento sul quale non esistono studi approfonditi
e ricerche in campo sperimentale. - gli elementi di "piacevolezza"
degli altri sport come la fatica, l' arrivare per primo, la
tolleranza al dolore causato dalla tensione muscolare, non
appartengono al subacqueo che, al contrario, deve stare attento
a non fare eccessiva fatica, che se avverte dolori muscolari
o se si accorge che l' impegno diventa un sacrificio eccessivo
deve interrompere la sua attivita' sportiva, che deve vigilare
e stare attento al compagno e rispettare il posto che la guida
subacquea o l’ istruttore gli hanno assegnato durante il briefing,
che precede l’ immersione. La psicoanalisi e altre scienze
psicologiche si interessano della motivazione. Ci si potrebbe
chiedere: “Perche' X e' attirato dalla subacquea?” nei suoi
diversi aspetti. E X potrebbe rispondere che si immerge “perche'
vuole vedere pesci interessanti e coralli colorati” oppure
“con lo scopo di raggiungere dei cambiamenti”, compreso il
superare la paura. E’ possibile cercare di capire cosa spinge
X a immergersi esplorando nel suo inconscio, nella sua storia
personale, andando indietro alla sua infanzia e indagando
nei suoi aspetti evolutivi. Questi elementi possono rilevare
le origini della sua motivazione o essere in grado di spiegare,
nel caso di altri individui, cosa possa esserci, invece, alla
base del timore di andare sott’acqua. Spesso, infatti, i motivi
che una persona adduce come spiegazione del suo rifiuto di
immergersi non sono quelli reali o i piu importanti. Per completare
il discorso sulla motivazione all’ attivita' subacquea e utile
proporre un’ altra importante considerazione, anche se solo
teorica e di direzione opposta, che e' la seguente. Prendiamo
in esame un sommozzatore professionista, militare o civile,
che si sia imbattuto casualmente in questo lavoro e di riscontrare,
sulla base delle sue caratteristiche psicodinamiche, che non
e' adatto a questa professione. Nonostante porti a termine
in modo soddisfacente il corso, non e' contento del suo ambiente
e l’ accumulo di sofferenza gli causa abbattimento e lo rende
in poco tempo inefficiente e stressato (Si tenga conto che
nei Vigili del Fuoco Sommozzatori solo l’ 1,8 dei corsisti
rimane a fare tale attivita’, ecco l’ importanza del serbatoio
Diving Center Punta Stilo, serbatoio di team specializzato).
In questo caso quali aspetti della personalita' possono essere
una controindicazione all’ immersione subacquea e perche'
pur essendoci le capacita' attitudinali di tipo fisico insorge
insoddisfazione, stress e inefficienza? C’e molto da studiare
relativamente alla psicodinamica dell’ attivita' subacquea,
e possibile comunque applicare un piu' ampio sistema concettuale
agli aspetti che attualmente conosciamo. Ci sono numerosi
fattori emotivi di tipo inconscio alla base del desiderio
di effettuare un’ immersione subacquea. I principali fanno
riferimento al voler sopraffare nemici presenti sott’ acqua
e al piacere anestetico di abbandonarsi nel mare. “Ho la sensazione
di essere senza peso e quindi di volare, sentire l' acqua
scorrere sul corpo, interagire con le altre forme di energia
che sono in acqua, osservare quella varieta' biologica che
in acqua non ha eguali”. “Vado in acqua per conoscere un mondo
diverso; quello che mi spinge e' la voglia di conoscere, dagli
organismi diversi’ ai relitti (pezzi di storia dimenticata)
...forse e' solo curiosita”. “Appena metto la testa sott'
acqua d' improvviso mi si svuota da ogni riferimento con tutto
cio' che sta sopra la superficie E'. La motivazione che spinge
sempre piu' persone ad immergersi sott’ acqua e' da ricercare
nel crescente bisogno di trovare nuove cariche emotive che
consentano di coniugare l’ amore per le attivita' avventurose
con un rapporto intimo con la natura. L’ immersione e' una
risposta alle esigenze dell’ inconscio tanto individuale che
collettivo di recuperare quel rapporto primordiale presente
tanto nel ritorno alla condizione intrauterina, dove la vita
si svolge nell’ acqua, quanto nelle profondita' del mare dove
vivono i pesci, nostri lontanissimi antenati. Per capire,
invece, gli aspetti ludici insiti nell’ attivita' subacquea
e in particolare nel “wreck diving” (l’immersione nei relitti)
possiamo fare riferimento al vecchio archetipo della ricerca
del “tesoro sommerso” [1], sul quale insistono numerose storie,
che con il tempo diventano leggendarie come quella del “Tesoro
di Polluce”. “Si narra che nella prima meta' dell' ottocento,
una nave carica di materiale prezioso, opere d' arte, oro
(tra cui una carrozza), vasellami e argenteria, fece rotta
verso l' Elba. Questa nave, proveniente dall' allora Regno
di Napoli, naufrago nelle acque antistanti l’ isola. Poiche
si tratto di un affondamento deciso dal capitano della nave,
l' equipaggio ebbe modo di salvarsi e raccontare le meraviglie
del carico e dei tesori che la nave nascondeva nelle stive.
Probabilmente il capitano della nave preferi' affondare la
nave ed il suo carico perche' inseguito da navi francesi,
che allora occupavano l' Elba. La nave si chiamava "Polluce"
e fu' lo stesso Re' Ferdinando IV ad ordinarne la sua partenza
dal porto di Napoli. Lo scopo del Re' era quello di porre
in salvo alcuni tesori e opere d' arte poiche' il suo regno
stava per essere minacciato dalle truppe anglo-russe (1806).
Nel 1860 si tento il primo recupero, ma, anche se localizzarono
il relitto, non ando a buon fine a causa dei mezzi rudimentali
di allora. Infatti, individuato il relitto, cercarono di imbracarlo
e di portarlo in superficie, ma durante questa fase, si strapparono
le catene e il recupero fu abbandonato. A causa di questo
inconveniente, la nave fu' spostata dal posto di origine cosicche',
il secondo recupero, che fu' nel 1936, consistette in una
ricerca piu' che in un recupero vero e proprio. L' impresa
non ando' a buon fine nemmeno in questo caso. Successivamente,
ci furono molte altre spedizioni, piu' o meno ufficiali, ma
pare che tutt' oggi, nessuno abbia mai recuperato il tesoro
sommerso”. Il momento piu significativo dell’ attivita' subacquea
corrisponde, pero, al momento in cui viene attraversata quella
linea che segna il confine tra l’ aria atmosferica e l’ acqua,
che vuol dire di fatto varcare una linea reale, unica, diversa
da qualsiasi altro confine di tipo metaforico tra dimensione
reale e virtuale o tra somatico e psichico. Confine che segna
la separazione tra due mondi: quello terrestre e quello sottomarino.
Tracciare il profilo psicologico del subacqueo non e un’ operazione
facile come non lo e del resto per ogni categoria sociale
e professionale, perche' si corre il rischio del riduzionismo
ogni qual volta si cerchi di definire un essere umano sulla
base di una singola attivita' che svolge o lo appassiona.
E' possibile, pero', costatare se esistano degli aspetti che
si presentano con maggior frequenza tra chi pratica una medesima
attivita' e' approfondire quali sono le caratteristiche determinanti
e quali quelle richieste per praticare l’immersione subacquea.
Il desiderio di isolarsi Ecco alcune testimonianze di subacquei:
“Mi trovo a passare la maggior parte della mia giornata, anzi
direi tutto sommato della mia vita, in mezzo ad una quantita'
spropositata di ‘fanfaroni’. Gente cioe' che e' bravissima
a parlare, parlare, parlare e poi ancora a parlare. Mi riferisco
naturalmente all' ambiente in cui lavoro e in cui i ‘fanfaroni’
esistono a tutti i livelli: sopra, di fianco e sotto di me.
La subacquea e', invece, il poter vedere le persone da un'altra
angolazione. Tolta la possibilita' di ‘fanfaronare’, posso
finalmente vedere e valutare le persone solo per quello che
fanno o per quello che sono e non per quello che dicono”.
“Direi che molti stanno ‘bene’ da soli, anzi per meglio dire
fanno di tutto per essere da soli, fino all' estremo. In un
ambiente che li rassicura, li conforta, li trastulla con il
suo dolce ondeggiare, in assenza di peso, di rumori, di luci
improvvise e violente, il tutto ovattato... il mio mondo!
Unico limite la ‘ meccanica’ dell' immersione che ti riporta
in maniera cruda alla realta (tempi, quote, riserve di gas,
... accidenti e' ora di andare) ”. L’isolarsi e' una delle
caratteristiche dell’ attivita' subacquea ed e' forse quella
piu affascinante: il subacqueo e' infatti tagliato fuori completamente
dal mondo esterno. La comunicazione sott’ acqua e' molto limitata
e parallelamente si incrementa la consapevolezza del subacqueo
che il proprio benessere fisico e completamente nelle sue
mani. Sono numerosi i subacquei che riportano questi vissuti
determinati dall’ isolamento provato sott’ acqua. Le testimonianze
piu significative possiamo pero' averle da quelle persone
che hanno sperimentato personalmente lunghi periodi di isolamento.
Bombard [2] che con una barca a vela navigo per parecchi mesi,
per dimostrare che si puo sopravvivere nutrendosi di solo
pesce, ha elencato i seguenti aspetti:
1 - Provare la sensazione di essere al centro del mondo e
di essere l’ unico sopravvissuto.
2 - Parlare con se stessi e con gli oggetti.
3 - Sviluppare false credenze e superstizioni.
4 - Presentare allucinazioni di tipo uditivo e visivo.
5 - Insorgenza di paranoia data dall’ avvertire il presentimento
di essere perseguitati da qualcosa di “cattivo”. Altri autori
che hanno raccolto i diari di esploratori e navigatori che
avevano viaggiato da soli sono arrivati a conclusioni simili.
Ma fino a che punto un subacqueo avverte questo vissuto di
isolamento? Possiamo ritenere che il subacqueo sportivo difficilmente
riporti questo sentimento in quanto rimane sott’ acqua per
circa un’ ora e poi riprende la sua regolare vita sociale.
Il sommozzatore professionista si immerge, invece, quasi tutti
i giorni per quattro ore o piu'. Sarebbe interessante domandarsi,
inoltre, se gli effetti dell’ isolamento possano essere cumulativi;
ovvero, ogni immersione cancella gli effetti della precedente
o i sentimenti legati al restare isolati permangono fino all’
immersione successiva e in questo modo vanno sommandosi? Altri
interrogativi, che rimangono aperti sulla scia delle esperienze
dei navigatori solitari, fanno riferimento all’ insorgenza
di false credenze o superstizioni in subacquei con molti anni
di esperienza o al fenomeno di sentire delle voci. In numerose
immersioni effettuate in mare o nei laghi mi e capitato di
osservare statue di varie dimensioni raffiguranti la Madonna
o Gesu crocifisso; non sono pochi neppure i presepi subacquei.
Pur non dubitando dei sentimenti di fede profonda che animano
i gruppi subacquei che hanno deciso di collocare sott’ acqua
queste statue, non posso non pensare anche agli elementi di
superstizione che a volte si celano dietro gli oggetti che
raffigurano tematiche religiose. Per quanto attiene alla possibili
insorgenza di dispercezioni durante l’ immersione, ecco una
testimonianza: “Una volta ho sentito delle voci. Eravamo in
acqua in tre, accompagnati dalla guida. Durante tutta l' immersione
ho sentito una nenia, come se qualcuno stesse cantando. Ho
pensato a qualche strano fenomeno, tipo il "fischio alle
orecchie" o cose del genere, ma senza troppa convinzione,
tanto netto era il canto che sentivo. A fine immersione, trascorso
un po' di tempo, ho chiesto alla mia compagna se avesse sentito
qualcosa di particolare. La stessa nenia era stata avvertita
anche da lei. Non ho indagato oltre...”. Di fatto, nessuno
di questi aspetti e stato fino ad oggi studiato. Il desiderio
di appartenere ad un gruppo A dispetto di tutto cio, la subacquea
e di fatto un’attivita' che ha un’ alta valenza sociale, che
si evidenzia in due modi principali: 1 - Durante l’ immersione
ciascun subacqueo ha un compagno. Ciascun membro di questa
coppia e responsabile dell’ altro, deve monitorare i movimenti
del partner ed essere pronto ad offrire il suo aiuto se e
necessario. 2 - L’ attivita' subacquea sia sportiva che professionale
(militare, scientifica) e' quasi sempre strutturata come un’
attivita' di gruppo all’ interno del quale ciascuno ha un
suo ruolo. Non e' semplice spiegare la contraddittorieta'
insita tra la condizione di isolamento del subacqueo in profondita'
e il suo elevato livello di responsabilita' verso il compagno
e il gruppo piu vasto. In effetti le personalita' molto introverse
(il cosiddetto “lupo solitario”) non trovano facilmente posto
nel mondo della subacquea. Fanno eccezione quei subacquei
che si immergono da soli, pratica sconsigliata fermamente
da tutte le agenzie didattiche. Il desiderio di appartenere
ad un gruppo o ad un club di subacquei e', pertanto, una delle
motivazioni piu' forti che spingono una persona ad effettuare
questa pratica sportiva (Specialmente per chi ha la fortuna
di essere in un gruppo selezionato, vero! Come lo e' il Diving
Center Punta Stilo). Bachrach [3] scrive: “Pochi sport sono
cosi' organizzati in club come quelli subacquei. Il piacere
di condividere l’ esperienza dell’ immersione e le conversazioni
che l’ accompagnano sono la principale ricompensa per il subacqueo.
L’ identificazione con il gruppo e di fondamentale importanza”.
Analoga considerazione era riportata nel lontano 1964 da Tatarelli
[4] che diceva: “il tipo chiuso, introverso e' inadatto a
questo genere di attivita', che potrebbe essergli persino
nociva accentuandone le gia' depresse qualita morali” (Io
comunque ritengo al contrario). Risultati opposti sono evidenziati
da Caneva e Zuin [5], che in un loro studio su 46 subacquei
hanno trovato, invece, un elevato grado di introversione come
elemento predominante. Lo spirito agonistico: Il subacqueo
sportivo a differenza di chi pratica altre discipline non
deve vincere nulla, non ha un traguardo da superare a tutti
i costi o degli avversari da vincere. Nelle immersioni tecniche
c’ e' un traguardo dato dal raggiungere una certa profondita'
o dal riuscire a visitare un particolare relitto, ma questo
tipo di “traguardi” sono raggiungibili solo grazie alla cooperazione
di altri compagni di immersione. Il subacqueo aspetta chi
rimane per ultimo e interrompe l’ immersione se una persona
non si sente bene, ha sbagliato ad effettuare un’ entrata,
o ha terminato prima degli altri l’aria della bombola. La
maggior parte dei subacquei sono caratterizzati da scarso
spirito competitivo e se il desiderio di emergere e di gareggiare
non e un elemento che caratterizza l’ immersione, questo non
vuol dire che chi pratica la subacquea non abbia il senso
dell’ agonismo, tipico di ogni essere umano e caratteristico
della struttura psichica dello sportivo. “Il fatto e - sostiene
De Marco [6] - che egli esprime cio' in modo diverso, con
differenti obiettivi. Il subacqueo lotta, si difende, combatte,
aggredisce, ma il suo avversario e piu' l’ ambiente che lo
circonda che un suo collega. Spirito ribelle: La subacquea
e' anche ribellione. E’ il ribellarsi alle leggi della natura,
alle regole della Creazione che hanno assegnato il mare ai
pesci e agli uomini la terra. Tramite una forma di isolamento
autoimposto il subacqueo riesce ad estranearsi dalla societa'
e forse anche in questo modo esprime il suo spirito ribelle.
Il subacqueo sfida tutte queste leggi e regole e ci riesce.
Nel 1973 Biesner [7] in un suo studio ha confrontato 95 marinai
che lavoravano come sommozzatori con 95 marinai che svolgevano
altre mansioni a bordo trovando che i subacquei avevano effettuato
da giovani piu fughe da casa, giocavano piu' spesso a poker
e ricevevano un numero maggiore di multe rispetto al gruppo
di controllo dei marinai. L’ autore ha ricavato un’ impressione
generale sul subacqueo come di una persona che, negli anni
della maturita', e' un ribelle, un anticonformista e' un amante
dell’ avventura. “Forse l’ attivita' subacquea - concludeva
- attira gli individui con queste tendenze naturali”. Alcuni
anni dopo, lo stesso ricercatore ha esaminato attraverso uno
studio longitudinale se gli indici antisociali (menzionati
sopra) fossero correlati alle capacita' e all’ efficienza
dei marinai, ma non trovo nessun tipo di correlazione. In
conclusione, mentre un background di difficolta' di adattamento
puo' indicare una scelta per una particolare attivita' (la
subacquea), questo non evidenzia nessuna attitudine o successo
in questo campo [8]. Non esiste nessuno studio che prenda
in esame i tratti di personalita' dei subacquei sportivi,
ma possiamo aspettarci che una tendenza alla ribellione riscontrata
nei sub professionisti possa essere presente anche nell’ attivita'
subacquea di tipo sportivo. Gli Autori consigliano il “training
autogeno” per favorire un rafforzamento della percezione del
corpo e della mente. Alcuni sub praticano con successo questo
metodo, ma non esistono al momento studi che ne evidenzino
l’ efficacia nell’ attivita' subacquea. Personalita' e immersione:
Alcuni subacquei descrivono se stessi diversi quando si trovano
sott’ acqua: “Mi sento piu' rilassato”, “Divento piu' tranquillo”,
“Mi sembra che i miei problemi siano piu' piccoli”, “Sono
piu' consapevole del mio corpo”. A volte queste affermazioni
danno l’ idea che ci sia una regressione o un ritorno a stadi
piu precoci dello sviluppo, relativamente agli aspetti che
riguardano la sensazione di assenza di peso, l’ essere isolato
e la liberta' dalle preoccupazioni. Si puo pensare che le
persone cambino quando si trovano sott’ acqua? Sott’ acqua,
in effetti, i processi percettivi e sensoriali sono diversi
dall’ ambiente esterno. Se sott’ acqua si verificano dei cambiamenti
cognitivi, perche' non potrebbero esserci anche dei cambiamenti
personologici? Se l’ approccio situazionale allo studio della
personalita' e' corretto, allora l’ attivita' subacquea rappresenta
un contesto eccellente su cui poter verificare cio'. Non esistono
attualmente ricerche in questo ambito. I ricercatori della
psicologia e del comportamento del subacqueo, come Nevo e
Breitstein [12], sottolineano come le interviste effettuate
ai subacquei finiscano per essere deludenti per gli psicologi
che ottengono informazioni superficiali, una descrizione anche
dettagliata degli avvenimenti legati all’ immersione, ma non
quelle evidenze significative che facciano riferimento al
trovarsi al momento della valutazione psicologica in profondita'.
E’ difficile proporre programmi di ricerca che prendano in
considerazione gli aspetti inconsci del comportamento del
subacqueo oppure che confrontino protocolli Rorschach di subacquei
con quelli di non subacquei. Un’ esperienza di vita parallela
“...Da quando vado sott' acqua (quasi otto anni) ho raggiunto
un equilibrio interiore nei confronti della vita di superficie
che non avrei mai immaginato. Ho imparato ad avere un buon
rapporto nei confronti del genere umano (che non avevo), cresciuto
pari passo con il raggiungimento di obbiettivi subacquei sia
tecnici, pratici e specialmente interiori. Certamente rientro
nella categoria - come ipotizza Capodieci - di chi ha una
‘dipendenza’ da bisogno del ’profondo’. La mia dipendenza
dall' acqua sottolinea una grande evoluzione interiore che
si e' sviluppata nella conoscenza di me stessa nelle sfumature
piu nascoste, che in superficie nonostante i tentativi di
ricerca, non avevo mai raggiunto. Questo equilibrio mi ha
portato ad una serenita' di vita solida, ma sempre bisognosa
dell' acqua. In pratica per essere positiva verso me stessa
e la vita in generale ho bisogno di ’respirare’ l' acqua.
L'elemento acqua e la specifica situazione dell' immersione,
specie profonda, crea in me il giusto rapporto nei confronti
degli altri al punto che ho superato la sofferenza della ’solitudine’
proprio andando sott' acqua scoprendo cosi la parte migliore
di me”. Numerosi autori [13, 14, 15] hanno rilevato che le
motivazioni che spingono ad intraprendere l’ attivita' subacquea
hanno radici che traggono origine dalle dinamiche inconsce
dell’ individuo. Nel momento in cui si valica la linea di
contatto tra l’ aria e l’ acqua e l’ immersione e “agita”
si svilupperebbe una divaricazioni tra pulsioni profonde e
motivazioni consce. E’ in questa condizione che possono affiorare
conflitti interiori, come argomenta J. Hunt nei suoi lavori
[16,17], che fanno emergere le pulsioni libidiche e quelle
aggressive del soggetto che pratica l’ immersione. Merita
di essere ricordata l’osservazione di Antonelli [18] che definisce
lo sport subacqueo “un’esperienza di vita parallela” piu che
una vera disciplina sportiva. In base a questa affermazione,
il subacqueo sembra ritrovare nel mondo sommerso qualcosa
che non riesce a vivere o a soddisfare nella vita quotidiana.
E per questo motivo che durante l’ immersione diventa piu'
importante quello che si prova o quello che si immagina che
si potra osservare piuttosto di cio' che realmente si incontra.
L’ immersione corrisponderebbe - sostiene De Marco [6] - all’
affiorare di un mondo interiore proiettato attraverso le dinamiche
della fantasia inconscia nel mondo sottomarino. Questa esperienza,
che svolge una funzione simile a quella del sogno, non e'
strettamente attinente al momento dell’ immersione, anzi spesso
viene a essere vissuta prima o dopo l’ immersione stessa.
Pelaia [19] dai colloqui clinici che ha svolto con sommozzatori
di diverso ceto ed estrazione sociale ha evidenziato che non
e' il mondo subacqueo reale a stimolare e ad attrarre il subacqueo,
ma l’ idealizzazione di esso. E’ la tendenza, comune a tutti
i sub del suo studio, a soddisfare le esigenze di dinamiche
inconsce a ricostruire, al di sotto del mare, il meraviglioso
mondo delle esperienze primordiali. Questo aspetto e verificabile
sul piano interpersonale quando, durante il “debriefing”,
ogni subacqueo racconta di aver visto pesci, coralli o di
aver provato delle sensazioni che molto spesso differiscono
dalle esperienze e dai racconti degli atri subacquei come
se ognuno avesse fatto un’ immersione diversa. Anche sul piano
intrapersonale la ripetizione, da parte del subacqueo, di
un’ immersione gia effettuata fa si' che affiorino nel campo
percettivo elementi che la rendono diversa dall’ esperienza
vissuta in precedenza. La ricerca del piacere anestetico del
cullamento, il senso piacevole di perdita del controllo, il
contatto con l’ acqua, portano il subacqueo a sopportare fortissimi
disagi e pericoli reali. Si possono notare cosi - aggiunge
De Marco - alcuni significati dell’ attivita' subacquea attraverso
le forme della sovradeterminazione onirica [6]. Alcuni autori
[20] sono dell’ opinione che la regressione, vissuta piacevolmente
dal subacqueo nell’ immersione, svolga il significato di un
meccanismo di difesa contro l’ angoscia o i vissuti conflittuali
che si sviluppano nella vita relazionale quotidiana. Il rapporto
che si viene a creare tra il mondo dell’ immersione subacquea
e l’ isolamento dalla vita e dalla realta' fa si che l’ attivita'
subacquea diventi un tentativo di difesa contro le pulsioni
aggressive, specialmente quando rischiano di diventare pericolose.
Le modificazioni che vengono a crearsi nel vissuto del subacqueo
verso la competitivita' il progressivo limitare la vita di
relazione e l’ intensificarsi dell’ attivita' subacquea, hanno
in comune il tentativo di costruire un luogo (la dimensione
subacquea) dove non vi sia lo spazio per le manifestazioni
aggressive, specialmente quando diventano pericolose. Altri
meccanismi di difesa, che possono essere presenti nell’ immersione,
sono lo spostamento e la negazione, che consentono al subacqueo
di investire su oggetti meno conflittuali e di vivere cosi
minori sensi di colpa. La funzione di questi meccanismi e
di far si' che il subacqueo durante l’ immersione possa incontrare
“nemici” sottomarini temuti, ma meno pericolosi di quelli
reali, presenti sulla superficie terrestre. Le immersioni
che espongono il subacqueo a rischi di incidenti o i tentativi
di superare i propri limiti rappresentano quindi un venir
meno di questi meccanismi di difesa. La ricerca dell’ isolamento
fallisce e l’ aggressivita' (a causa dei sensi di colpa non
piu' mascherati o spostati) viene rivolta verso se stessi.
Le situazioni di pericolo possono essere create anche per
il desiderio di appagare grosse spinte di tipo narcisistico
(Quindi non stando negli standard). Sono momenti di grande
onnipotenza, che hanno spesso una funzione compensatoria vissuta
solamente all’ interno di se secondo il meccanismo della “cross-identification”
[21]. Una reazione di adattamento, che si manifesta in alcuni
subacquei ed e riscontrabile nell’ estasi da record del campione,
e la “paura del ritorno in superficie”, che consiste in un
sentimento “claustrofilico” con nostalgia della profondita'
e un vissuto ambivalente che consiste nel sentirsi piu' protetti
sott’ acqua piuttosto che in superficie [6]. Un ultimo aspetto,
che fa riferimento ad un meccanismo di conversione somatica
dell’ angoscia, e' proposta da Bana. Si tratta di un subacqueo
ricreativo, che aveva chiesto un aiuto medico per dei ricorrenti
episodi di cefalea che si verificavano nella fase di risalita
dell’ immersione a circa 10 metri di profondita'. L’ autore
imputa questa cefalea alla riluttanza del subacqueo a far
ritorno in superficie dove lo aspettava la propria quotidianita',
che risultava molto problematica [22]. L’ attivita' subacquea
fungeva per questa persona da “rifugio” e quando era il momento
di abbandonarlo affiorava il disturbo psicosomatico. La preparazione
dell’ equipaggiamento, il briefing, l’ ultima verifica dell’
attrezzatura, l’ assenza di gravita', lo scendere nel ‘blu’,
la modificazioni dei colori, l’ affidarsi al compagno e al
gruppo, la continua verifica di se stessi, il sentire il proprio
respiro, gli incontri con i pesci e le altre creature marine,
la contemplazione dei fondali e delle pareti, la suggestione
alla vista di un relitto, di un 'anfora o di una grotta, l’
euforia per l’ impresa compiuta, il parlare dopo il silenzio,
Il comportamento dell’ immergersi ha un grande significato
simbolico. In questo senso, la profondita' del mare si presenta
nella mitologia come luogo di pericolo e di mistero, un posto
dove vivono mostri che inghiottono le imbarcazioni. La ricerca
di come e in che modo gli effetti benefici dell’ immersione
subacquea continuino anche dopo, durante la vita di tutti
i giorni. Gli studi sugli aspetti psicodinamici della subacquea
si trovano ancora in una fase pionieristica. E’ auspicabile,
pertanto, che in futuro possano svilupparsi e fornire importanti
contributi alla conoscenza dei meccanismi mentali che caratterizzano
l’ immersione subacquea e della personalita' di chi la pratica.
Il motivo per cui l' essere umano approda alla "profondita
subacquea" ritengo sia molto delicato e si basa, a mio
avviso, su due precisi bisogni: "l'abito esterno"
(cio che si vede) e la nostra sfera emozionale interiore che
solo noi sentiamo (cio che non si vede). L'abito esterno e'
il bisogno di scoprire sino a che punto siamo capaci di confrontarci,
con le nostre tecniche e capacita' mescolate alle aspettative
di "essere", verso la forza naturale dell' elemento
acqua che, anche se non ci appartiene, ne siamo stregati e
affascinati, spingendoci ad accarezzare inconsciamente il
bisogno di "possedere" anche se per poco tempo questa
dimensione liquida rivestita di "torpore antico".
Stiamo bene avvolti nell' acqua. Il rivestimento, muta, attrezzatura,
ecc., di cui abbiamo bisogno per vivere l' acqua, ci gratifica
nell' immagine che mostriamo e riceviamo di noi. E' il bisogno
di dimostrare a se stessi e agli altri che siamo capaci di
andare dove pochi uomini si cimentano; carpire segreti e misteri
dell' acqua ha, comunque, un risvolto al tempo stesso "narcisistico"
e distensivo. Il nostro bisogno interiore e' l'altra ragione,
piu sottile, legata alla scoperta della parte emozionale piu
nascosta di noi, quella che chiede di essere ascoltata e che
riguarda le nostre debolezze e, se ascoltata, trasforma l'
emotivita' interiore, in forza ed energia. Questo mutamento,
sviluppa il coraggio di posare lo sguardo nello specchio di
noi stessi senza barare o negare nulla alla propria identita'.
Il bisogno del "profondo", in questo caso, e' il
bisogno di interiorita' di comunicazione con il proprio io,
con le proprie emozioni e paure. E' proprio attraverso la
paura ed il timore di affrontare il mondo del mistero liquido,
che la calamita' si intensifica. Vivere la profondita' del
mare e' in stretto rapporto col bisogno di conoscere la parte
piu segreta di noi e, aiutati proprio dalla condizione dell'
essere avvolti nel liquido, riesce ad emergere e consolidare,
passo dopo passo, questa conoscenza liberata da filtri d'
immagine, con noi stessi. La spinta verso questa conoscenza
cosi intima di noi e sviluppata dal desiderio e, contemporaneamente,
dal timore e paura nell'affrontare il liquido. E' proprio
questo misto di timore e paura rivolto al profondo, che traccia
il percorso verso il superamento di quegli scogli interiori
necessari per conoscersi "dentro", e che poi ci
aiuteranno nella vita quotidiana. Questa conoscenza diretta
con la sfera emozionale, trova nell' immersione profonda,
il giusto ambiente, privato e "naturale" per riuscire
a dichiararsi a se stessi. Spesso nella vita quotidiana di
superficie, coinvolti dai "sistemi" sociali, i nostri
timori o paure si mimetizzano nei silenzi interiori, non ascoltati.
Nell' approccio alla profondita' dell' acqua, questo desiderio
di conoscere i nostri silenzi interiori, e mistificato dall'
abito esterno, quello che racconta "il vero macho non
ha paura" ed automaticamente ne siamo stimolati e attratti
dal desiderio di dimostrare a noi stessi di essere "uomini
senza paura". E' proprio questo il punto d' incontro
con il nostro "io": il timore e la paura di "scendere"
spinto dal bisogno di gratificazione nel sentirsi un macho.
E' il guerriero con l'armatura che al suo interno vive le
angosce e le gioie delle sue conquiste e sconfitte. La sfera
emozionale, che vive all' interno dell' armatura, agevolata
dal contorno dell' ambiente liquido e profondo, spinge verso
l' esterno della nostra coscienza, per aprire il dialogo con
noi stessi e, contemporaneamente con "l' umilta'"
ed il rispetto nei confronti della natura che ci ospita. Automaticamente
questa scoperta di sentimenti quali l' umilta' e il rispetto
e' rivolta anche verso le proprie debolezze, paure e timori,
riparata alla vista degli altri che non possono sentire cio
che noi invece ascoltiamo dentro di noi, attraverso un dialogo
nuovo ed importante. Approdare al proprio "specchio sommerso"
e segreto, conduce alla calamita' che coinvolge la propria
intima emotivita. Varcare il "mondo proibito", inizialmente
spinti dall' esuberanza di essere piu forti di cio che ci
circonda, ci conduce poi, alla scoperta di questi sentimenti
umili, razionali e coerenti, che nulla tolgono all' emozione
del dialogo tra l' abisso misterioso e affascinante e noi
stessi, anzi lo fortificano. Il mondo degli abissi e' popolato
da creature sconosciute che si lasciano avvicinare da creature
sconosciute, questa e' una calamita' primitiva che ha tracciato
la crescita dell' uomo: scoprire e conoscere. Cio' che si
scopre in un ambiente privilegiato, diventa magico definirei
dire anche esoterico, proprio per quel rapporto ripulito da
condizioni esterne abitualmente legate alla vita d' immagine
della superficie. Dipendenza-bisogno: Nel percorso di crescita
subacquea verso il profondo, ho sviluppato e consolidato un
equilibrio interiore che ha irradiato di benessere la mia
vita quotidiana della superficie, sino a creare un bisogno
costante del "profondo", per attingere energia necessaria
al mantenimento dell' equilibrio acquisito. Vivere il "liquido
profondo", ed io ne sono l' esempio, produce un equilibrio
psicofisico importante e fondamentale nella propria conoscenza
interiore. E' come se ogni volta respirassi forza, quella
forza che poi mi serve per meglio affrontare le difficolta
della vita. Questo "respiro di forza" pero non ha
un serbatoio di riserva, dopo pochi giorni e vuoto ed il bisogno
del "profondo" e' nuovamente a bussare alla mia
porta. Per me non e' determinante la ragione della discesa,
puo essere finalizzato ad un relitto (situazione particolare)
o semplicemente al nulla, in entrambi i casi "scendere"
sviluppa cio' di cui ho bisogno. Per concludere l' esempio
personale, da quando vado sott' acqua ho raggiunto un equilibrio
interiore che non avrei mai immaginato. Ho imparato ad avere
un buon rapporto nei confronti dl genere umano (che non avevo),
cresciuto pari passo con il raggiungimento di obiettivi subacquei,
sia tecnici sia pratici e specialmente interiori. La mia dipendenza
dall' acqua sottolinea una grande evoluzione interiore che
si e sviluppata nella conoscenza di me stesso nelle sfumature
piu' nascoste, che in superficie nonostante i tentativi di
ricerca, non avevo mai raggiunto. Questo "equilibrio
dipendente" mi ha portato ad una serenita' di vita solida,
ma sempre bisognosa dell' acqua. In pratica per sentirmi positiva
verso me stessa e verso la vita in generale, ho bisogno di
"respirare l' acqua". L' elemento acqua e la specifica
situazione dell' immersione profonda, crea in me il giusto
rapporto nei confronti degli altri al punto che ho superato
la sofferenza della "solitudine" proprio andando
sott' acqua, scoprendo cosi la "parte migliore di me".
La metamorfosi mentale ogni qualvolta mi accingo a programmare
una discesa profonda, in acqua dolce o salata che sia, provo
un senso di mistico rispetto verso quella lastra d' acqua
che andro' a penetrare. E' quasi un leggero timore mescolato
ad una forte attrazione. Durante la preparazione dell' attrezzatura
e della propria vestizione, si percorre il tragitto verso
l' obiettivo, per anticipare la conoscenza di cio' che si
andra' ad affrontare, utilizzando la "visualizzazione".
E' una pratica mentale preparatoria al "viaggio"
da compiere. Aiuta a non distrarsi e ad ascoltare profondamente
la disponibilita' fisica e mentale verso la dimensione del
liquido profondo. Tutto di noi e proiettato al solo momento
che si sta vivendo. L'attrezzatura diventa parte integrante
della persona, come se fosse la propria pelle che respira
con noi in uno strano isolamento che esclude ogni cosa che
non sia riferita a questo momento di vita. La verifica di
cio' che si indossera e l' ultima parte del rito. In acqua,
al momento del check dell' attrezzatura, inizia la fusione
mentale tra il liquido intorno e il proprio vestito meccanico,
il razionale e l' emotivo, come se attraverso il rituale dell'
attenzione si entrasse nelle parti d' acciaio della rubinetteria
o nelle fruste che trasporteranno l' aria o la miscela che
si respirera laggiu' e durante il "viaggio". Intanto
intorno scompaiono anche i rumori, inizia il primo importante
contatto con l' acqua. Pronti all' imminente immersione attraverso
l' autoascolto, si sviluppa la trasformazione che calamita
il cervello, come se si appartenesse a quella "vita profonda"
che sta aspettando laggiu'. La mente libera dal contorno terrestre
e pronta a recepire ogni nuova vibrazione e, quando l'a cqua
ci ricopre completamente, siamo gia parte integrante del liquido.
La discesa e' vissuta mentalmente come se fosse un radar che
guida la totale attenzione del nostro essere, verso l' obiettivo
da raggiungere. La parte razionale di noi si consolida come
fosse corpo solido, affiancando la sfera emozionale che si
presenta alla nostra coscienza, forte e intensa. Ogni momento
vissuto in modo forte e impegnativo, racchiude dentro ad un
involucro solido e invisibile qualsiasi sensazione ed emozione
conquistata. All' emersione dal "viaggio" nel "profondo"
ci si ritrova piu completi e ricchi di sentimento. Immersione
al lago (Immersione particolarmente introspettiva che agevola
l' autoascolto privo di obiettivo particolare, visivo) L'
immersione al lago, ad esempio, e dichiaratamente fine a se
stessa: bene che vada si incontra qualche pesce o si osserva
il taglio di parete particolare, comunque affascinante. Il
paesaggio migliore, in questo caso, e' il proprio sentimento.
Poi c' e' l' irrealta della situazione, l' acqua oltre i -
40 metri diventa in genere cristallina sino ad essere di un
colore nero accecante, la torcia falcia metri e metri in lontananza
come un occhio capace di permetterti di "vedere-leggere"
in una dimensione quasi lunare. Il nero trasparente del lago
che ricopre tutto, parete e oggetti rari, o semplicemente
i nostri sentimenti, produce una sorta di intimita' coi propri
pensieri e contemporaneamente sviluppa in maniera solida l'
intesa con il compagno che e' accanto. Lo spazio e' quello
che raggiunge il proprio occhio, limitato alla profondita'
della luce della torcia e, quindi, non ci si sente dispersi
nello spazio, pur sapendo che, magari, stiamo navigando sopra
ad una profondita' abissale. La parete diventa una visione
protettiva che offre "certezze. La luce, che ci aiuta
a scoprire piano piano il mondo nero, non e' necessario che
sia troppo forte, stonerebbe nella cornice del buio e impedirebbe
alla vista e, conseguentemente, alla mente l' adattamento
all' ambiente e alla metamorfosi introspettiva. Il buio dell'
acqua va conosciuto adagio, adattandosi ai suoi colori opachi
e lineari facilitando cosi quella sensibilita' che serve in
questo ambiente che d' impatto si mostra ostile, diventando
poi un' atmosfera "amica". Il mare (Il colorato
mondo dell' acqua salata trascina facilmente la mente nel
sottovalutare la situazione abissale in cui ci si trova) In
mare invece le quote profonde (intendo nel range dei cento
metri) sono facilmente pittoresche. I colori, anche se bui,
esistono e questo aiuta a "scordare" di essere a
quote abissali. La luce anche se debole che filtra attraverso
tanti metri d' acqua, mostra una realta' deviante, che tende
ad abbassare la soglia dell' attenzione interiore. Sono proprio
i colori e lo spazio che mostrando una "semplicita'"
fasulla, tendono a trasformare la situazione mentale come
se ci si trovasse a quote meno "impegnative". Non
che questo neutralizzi la razionalita' verso la situazione,
ma certamente tende ad agevolare lo stato emotivo, spingendolo
verso la trasgressione del tempo programmato e della quota
da rispettare. Il desiderio di lasciarsi trascinare dallo
stato emotivo, gioioso e prorompente (si torna un po' bambini),
si trova piu' facilmente in conflitto con il lato razionale
che deve mantenere saldo l' equilibrio mentale e psicofisico.
Quando la parte razionale di noi e' salda, siamo automaticamente
capaci di affrontare "l' imprevisto" con la giusta
freddezza e determinazione. Le immersioni vissute al mare
alle quote descritte, mi hanno portato, a volte, a decidere
di spegnere la torcia per la troppa luce. Estasiato da quanto
stavo osservando non credevo alla realta', eppure non ero
in una situazione narcotica considerando il gas che stavo
respirando, ma, proprio per quanto descritto sopra ho provato
il desiderio di lasciarmi trasportare dall' euforica visione.
L' azzurro dell' acqua a quella quota, regalava una sensazione
"soporifera", che mi faceva accarezzare il pensiero
di essere nel mio ambiente vitale. Non e cosi, ovviamente,
ma il "viaggio profondo" nel colorato mondo del
mare tende a mescolare in fretta tutti quegli stati d' animo
che si presentano dentro di noi durante il tempo che si trascorre
nel liquido ed il bisogno di vivere totalmente la scoperta
e la conquista della propria emotivita, tende a deviare la
mente verso lo spettacolo esterno anziche' interiore. La differenza
tra il buio e la luce, tra il nero e il colore blu, e che
mentre il primo agevola il confronto e la conoscenza dei propri
sentimenti piu nascosti senza "barare", la situazione
colorata e spaziosa tende a mantenere alto lo stimolo della
conquista verso la natura che ci circonda, tendendo a sviluppare
il "piacere". La presenza di questi conflitti: "attrazione,
timore, euforia e autoascolto", sviluppano e consolidano
quell'equilibrio interiore psicofisico che si trasforma in
benessere. Perche' immergersi su un relitto? (Pensieri) Il
relitto e la testimonianza e l' espressione della vita trasformata.
Nel suo passato "canterino" e prorompente della
superficie "il relitto" falcava onde e avventure,
raccoglieva testimonianze silenziose, segrete, conosceva la
vita misteriosa del mare attraverso la mano dell' uomo. Invece
ora si trova a subire la trasformazione del destino che l'
ha inghiottito e lo ha fatto suo, per trasformarlo in una
fusione solida col liquido che lo governa. Ora e un' anima
silenziosa che respira e invoca, rammentando nel canto notturno,
il sole della superficie. In fondo il subacqueo che ama questo
tipo d' immersione desidera proprio questo: riscoprire la
vita trascorsa con la riprova della rinascita sommersa, tra
la flora e la fauna che hanno ricoperto un "mondo"
caduto in silenzio e', attraverso la rinascita silenziosa
del liquido, torna a vivere. Come si puo evidenziare da questo
insieme, stringato, di concetti appena accennati l’ orizzonte
della ricerca e veramente ampissimo. Se vogliamo usare una
metafora attinente potremmo dire: " Il Mare e la Mente
un Mare da Scoprire"… Alfina e Mario Tassone