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“IL MARE E LA MENTE UN MARE DA SCOPRIRE”

   Scartoffiando qua’ e la', nella documentazione che negli anni abbiamo messo da parte con cura al Diving, sono emersi dei documenti molto importanti, che abbiamo deciso di unificare in questo documento e di pubblicare per l’ alto contenuto scientifico e culturale che se ne trae. Anche se alcuni aspetti possono apparire sconcisi, in realta' si ravvisa digerendo bene i contenuti lo scopo di questo articolo. Questo aspetto delle mie attivita' concilia la mia parte professionale e le mie passioni subacquee. Forse non e saggio mettere in contatto il lavoro con lo svago, ma non posso resistere alla tentazione di studiare da un punto di vista psicologico gli aspetti connessi alle attivita' subacquee. Lo faccio forse perche' come sono abituato e mi piace approfondire e conoscere il senso di quello che faccio e che e' oggetto dell' interesse delle persone, forse perche e' cosi grande il ruolo del mare nell' equilibrio e nella vita di coloro i quali hanno a che fare con questo elemento, che non si puo' non prenderlo in considerazione. In Italia sta consolidandosi un movimento di studi e ricerche nel campo della psicologia delle immersioni ed in generale delle attivita' subacquee. Come si puo' non pensare al significato simbolico di "andare in fondo al mare" ? Come si fa' a non vedere la forza di questo elemento nell' equilibrio dell' uomo. Nelle leggende, nei miti, nell' immaginario collettivo, nelle abitudini e nelle tradizioni dei popoli che vivono sul mare e nel mare. E poi... perche' si sceglie di andare sott' acqua, a cosa serve e perche' per alcuni e tanto importante? Fare sub non e' piu' appannaggio di pochi supereroi coraggiosi con poche attrezzature e molte speranze, e' una attivita' ricreativa di massa, la quale puo' essere svolta dopo una formazione relativamente breve e con una forma fisica raggiungibile dalla maggior parte delle persone. Questo comporta la necessita' di affrontare nuovi problemi comportamentali che attengono sia al settore della psicologia dello sport che della psicologia sociale. Questa nuova dimensione comporta la necessita' di aumentare il livello di attenzione alla prevenzione dei comportamenti rischiosi in acqua e della gestione delle emergenze anche dal punto di vista psicologico. DAN Europe ha inserito la psicologia delle immersioni nei suoi programmi di formazione attraverso una serie di interventi scientifici sulla rivista Internazionale Allert Divers pubblicata in 6 lingue (inglese, francese, spagnolo, tedesco, italiano, olandese) diffusa nell' area dell' Europa e del Mediterraneo, che comunque al Diving Center Punta Stilo e’ reperibile, da approfondire per gli Amici Subacquei che hanno frequentato il corso Oxygen Provider. La sistematicita' epistemologica e metodologica del lavoro scientifico richiede, cosi come accade nella reale pratica clinica, un' integrazione con gli aspetti mitopoietici ed estetici dell' esistenza. Cio fa sembrare utile, e per me piacevole, condividere alcune considerazioni poco sistematiche, ma di carattere metaforico e allusivo, sulla psicoterapia, collegandola ad una metafora per me sorgiva e vivificante: il mediterraneo. Del resto e utile intrecciare la rigorosita' del metodo ed i serbatoi dell' immaginario. Le suggestioni che propongo qui sono, quindi, di carattere essenzialmente letterario. Il Mediterraneo del resto e all' origine di problemi e riflessioni sull' uomo ancor oggi attuali: basti pensare ai santuari terapeutici legati al culto di Asclepio. Propongo di "pensare" il Mediterraneo come uno dei miti e delle epistemologie fondativi del mondo occidentale, assumendolo, quindi, come luogo centrale del transpersonale (Lo Verso 1989, 1994) etnico nella nostra civilta'. Attorno ad esso del resto c' e' stato lo scontro tra le culture fondamentalista e la grande apertura alla cultura dello scambio, della relazione, della condivisione e del crogiolo delle differenze. Vorrei, qui, proporre alcuni nessi metaforici fra vari concetti. La nostalgia: Il riferimento e ai nostoi, la saga dei ritorni degli eroi greci vincitori a Troia. I piu celebri sono quelli di Agamennone e di Ulisse. Ulisse: una metafora mai esauritasi. Lo sceglie Dante per parlare della ricerca e della conoscenza e dell' andare oltre, lo sceglie Joyce per parlare della modernita'. Lo scelgono, Lucio Dalla e Stefano D'arrigo per parlare del mito. Quest'ultimo nel suo meraviglioso romanzo 'Horcinus Orca' sceglie un giovane marinaio 'N,dria' (Andrea, uomo) reduce dall' orrore della guerra (che pero' ancora oggi qualcuno esalta) come protagonista di un ritorno a casa, ancora una volta bello e deludente insieme. Un solo punto vorrei segnalare: Ulisse ha riassunto, anche, l' immaginario (maschile) del rapporto maschile-femminile e cioe' della differenza e della vicinanza; Atena, Circe, Calipso, Nausica, Penelope, Ino Leucotea ecc. Dee, maghe fanciulle, mogli, ninfe. Ulisse "bello di fama e di sventura" e l' uomo del ritorno a casa, ma anche della scoperta del meraviglioso. E' colui che idealizza il non sradicabile talamo nuziale, ma che con la spada e con i segni della sua storia, con l' eroicita' o con l' umanita', lega a se le straordinarie donne che incontra e ne viene amato. Ulisse e l' uomo che ha profonda conoscenza del dolore e della persecuzione ingiusta di uomini e dei ma anche della vittoria, dell' amore, dell' infaticabile senso del vivere pienamente. Ulisse conosce la miseria e la vilta degli uomini (e la propria) ma anche il coraggio e la grandiosita' e la bellezza del vivere, dell' amore, della dignita umana, del conoscere. Qualunque sia il gioco delle proiezioni auto-biografiche che facciamo su di lui, ce lo troviamo davanti come oggetto culturale e identificatorio privilegiato. (La depressione, per esempio, e' anche la perdita della possibilita' di esplorare o di sperare: la perdita della possibilita' dell' incontro e del futuro). La paura, il narcisismo, la meschinita', l' indifferenza sono da lui affrontate e cio gli consente di accettare, ma anche condividere, se e il caso, l' incontro con la differenza, con l' alterita. La sua astuzia non e manipolazione ma e sopravvivere e vivere. Ulisse e il Mediterraneo (di cui Matievic parla come cultura unitaria). Il suo e un antropopsichismo che non concepisce fondamentalismi. Se e' costretto combatte il suo nemico: se e' possibile a viso aperto, ma non crea freddi e nordici Gulag o campi di concentramento. Non e' un 'ominicchio' che vive di piccoli interessi personali o di astuzie sottobanco. L'altro mantiene la sua umanita'. Persino del ciclope viene mostrato il dolore e la rabbia. Nella letteratura moderna Ulisse e grandemente presente: e l' uomo della civilizzazione e della contemporaneita'. La bellezza: Un, subacqueo professionista, racconta un sogno in cui si avvicina in barca ad un' isola verde sul mare, forse Marettimo o Miroa o un'isola Greca: li si immerge, e in una parete di roccia trova una fessura nella quale prende un ramo di corallo. L'interpretazione freudiana riporta cio al corpo della madre, alla curiosita' infantile, al proibito, alla nostalgia, alla colpa. Una lettura junghiana parlerebbe invece di esperienza iniziatica. La gruppo analisi soggettuale non dimentica questo, ma, all' interno di una epistemologia della complessita', pone anche attenzione alla relazione in atto, alla ricerca di cio' che non e conosciuto, al desiderio e alla paura della bellezza, alla nascita del futuro, presente in ogni incontro. Riprendiamo qui un concetto centrale in questo contesto: quello di parti non nate (Napolitani1987). Esse sono cio' che la nevrosi ha impedito di vivere o di simbolizzare, ma anche cio' di cui non vi e mai stata occasione di fare esperienza. Lo stesso racconta poi un episodio della sua vita: per il suo lavoro gli accadeva di immergersi lungo un' immensa parete ad alta profondita' in compagnia del grigio, del freddo e della paura, e poi, arrivato sul fondo, di accendere una lampada subacquea, ridando ai colori la possibilita di esistere e di illuminare una parete di corallo in piena fioritura. I simboli della luce, della bellezza, del grigiore e del rosso, interessano molto gli psicoterapeuti. La luce umanizza l' immensita della parete e della profondita'. Il corallo rosso, colore del sangue e della vita, e usato da millenni per scacciare il demonio e il malocchio. Il sangue e cio' che consente il corpo vivente, che e il contrario del soma, del cadavere. Il corpo vivente nostro e dell' altro e' tale nell' autenticita' della relazione, non nell' intervento manipolativo su di esso. Una psicoterapia ridotta a pura tecnica manipolativa, in cui l' altro viene oggettivato in un' illusione di controllo della sua diversita', riporta noi a puro ruolo tecnico e i pazienti al soma ed alla sua diversita' ed incomprensibilita'. Il linguaggio spesso ci tradisce, ma e impossibile concepire la depressione al di fuori dell' interezza dell' esser umano che la vive. Cio vale piu' in generale per il dolore. Esiste un dolore che non sia il dolore di qualcuno? (Moravia 1986), e poi ancora: esiste una depressione al di fuori del nostro rapporto con essa e con chi ne e travolto? Il borghese il barbaro, il fondamentalista, l' imbroglione il narcisista (1) hanno in comune questo: temere di pensare e di vivere eticamente cio che di duro vi e nella condizione umana in quanto tale. Freud ha gia' detto , del resto, molto tempo fa, che la differenza fra salute e malattia in campo psichico e quantitativa, non qualitativa, il che implica che in maniera molto diversa poiche la psicopatologia non consente di vivere, pazienti e curanti siano sulla stessa barca. La mancanza: Condivido la proposta fenomenologica di considerare la depressione anche come un vissuto legato alla mancanza e come il primato di presenze mentali fondamentali ma irraggiungibili. Nella "ligheia" di Tomasi di Lampedusa (di cui vi e stata una bella lettura junghiana di Basilio Reale) il protagonista, un professore universitario di greco amo' nella sua gioventu', e dentro di se per tutta la vita una sirena di un amore solare, pieno, primordiale. Per tutta la sua lunga vita, piena di interessi e riconoscimenti scientifici, non ebbe piu' alcun rapporto con le donne, finche' vecchio, andando per nave ad un congresso, si lascio cadere in mare, dove lei lo aspettava da tanti anni. La mancanza, male contemporaneo, causa la formazione di un Self senza confini, affamato di dipendenza e pieno di vuoto. Tale vissuto e' tuttavia un dato ontologico: esso ha a che fare con la storicita' fantasmatica o interpsichica delle relazioni esperite dalla nascita in poi. Anche uno dei piu felici cantori dell' umano, Ludovico Ariosto che ha scritto il poema sugli amori i cavalieri, e l'armi e che ha lasciato di Alcina e di tante altre una sfolgorante immagine di bellezza, dice che non c' e' il vuoto ma ci sono Medoro e Angelica nella mente pazza di Orlando (2) . Ci sono sempre gli altri, c' e' sempre la storia psichica, la mancata presenza ideale, nella psicopatologia. La cultura e il mito: Alcuni temi centrali della ricerca gruppo analitica soggettuale sono il rapporto gruppo- individuo, quello fra antropologia e inconscio, quello fra miti familiari in cui si e catturati e di esplorazioni del mondo e dell' alterita'. Un esempio di questo scontro di culture. Che cosa e un delfino? Stefano D' Arrigo, in quello che e' forse, dopo l'Odissea, il piu bel libro sul mediterraneo, Orcynus Orca propone un dialogo fra un ufficialetto veneziano, il quale parla del delfino che salva i poeti, che gioca con gli uomini , che e tenero, e un pescatore di Cariddi (Capo Faro , sullo stretto di Messina) che, invece parla della 'fera' che ruba il pesce dalle reti affamando i pescatori, che e, seduttiva, intelligente, opportunista, quasi umana insomma. E del resto il delfino e l' uomo rimasto in mare e un appassionato subacqueo e un delfino di terra un po' impacciato ed in esilio. Esilio una parola anche molto bella e tenera. E' l' anima di Ulisse, lo e' di molti pazienti, lo e' di tutti quelli che hanno dovuto vivere, per qualche aspetto, lontani dal proprio 'noi', dalle proprie appartenenze. Depressione e immersione: Negli ultimi anni molti clinici hanno segnalato il fatto che la depressione ha anche a che fare con l' individualismo esasperato; la perdita del sentimento di continuita' fra le generazioni che non consente piu' di guardare la morte e costringe alla negazione consumistica non solo di essa, ma anche di cio' che solo dialetticamente con essa puo esistere; la ricerca, l' immersione profonda, la passione per la vita. La negazione consumistica investe il corpo che diventa tutto superficie, abbronzanti, body therapy, apparenza, chirurgia plastica. Cio che potrebbe essere emancipazione dalla tirannia del transpersonale e dell' esistere del soggetto solo nella continuita' diventa identificazione di superficie agli oggetti, al fluire dell' immagine delle cose, di cui la pubblicita' televisiva ed il potere politico manipolativo ad essa legato e il migliore esempio. Il corpo diviene rappresentazione-apparenza piuttosto che luogo dell' azione, dell' emozione e della relazione. In tale modo non vi e' piu' spazio per tollerare il dolore. Persino alcune cosi dette tecniche terapeutiche, a volte solo formalmente piu moderne dei vecchi manicomi, rischiano di causare la messa a tacere del paziente nelle sue parti che non sono dette ne debbono dirsi. Neanche per la malinconia come vissuto rischia di esservi posto, eppure questo sentimento intenerisce il cuore all' uomo che guarda al tramonto, e di malinconia insieme alla gioia delle notti estive parla la musica mediterranea. Oggi il turismo di massa e arrivato sott'acqua. Nulla a che fare con Colapesce ma costose attrezzature e giretti in comitiva. Nulla di male, anzi e' una possibilita' per molti, anche se, ai miei occhi di vecchio subacqueo ha un sapore un po' virtuale. Nella metafora dell' immersione spesso usata nella terapia analitica cio' e', tuttavia, piu' problematico. Esiste certo l' intrattenimento terapeutico ma nel nostro campo restare sulla superficie, magari. calmando per un po' la sofferenza con un uso consumistico di farmaci e di buone parole in realta' puo' non consentire di trovare un senso del vivere. La psicopatologia non puo' essere sfuggita. migliorare il comportamento, prendersi cura, ascoltare, incoraggiare educare, addestrare i comportamenti ecc. sono tutte cose che non possono sfuggire al problema duro del curare e del guarire che non dovrebbero essere cosi limitanti neanche in campo medico e infermieristico. L' immersione in psicoterapia e' un' esperienza difficile, faticosa, pericolosa se non gestita con perizia e tenacia esponendosi in prima persona e con pieno carico di responsabilita' rispetto alla fatica ed agli esiti. In questo caso il termine immersione non e solo metaforico. Ad alta profondita' vi e un rischio reale. Nel nostro caso e in ballo la possibilita' di vivere degnamente. Il gruppo e il mare: Nella fase iniziale dell' analisi sono frequenti i sogni di mare in tempesta. La psicopatologia e', forse soprattutto, costituita da reti di significazione e rapporti interni e impedimenti al poter concepire il mondo da parte del soggetto. Il gruppo clinico con la sua proposta di vivere uno spazio relazionale ignoto, viene quindi, vissuto inizialmente, a volte, come un mare in tempesta. Il transpersonale familiare sintomatico non puo essere tradito: incontrare il gruppo puo essere sentito come trasgressivo rispetto al familiare interno/esterno sintomatico (Nucara, Menarini e Pontalti 1995) cosi come lo e' innamorarsi, incontrarsi con la differenza, portare avanti un progetto di se nel mondo. 'L'altro' e pericolo, invasione infettante, AIDS, musulmano, ebreo. Il dibattito su invasione e possibilita' legati all' alterita' non e', quindi, attinente solo alla psicopatologia, alla paranoia individuale e di gruppo ma vale anche per la cultura. Un siciliano dell' interno di cultura contadina, Sciascia, ha potuto scrivere una frase scandalosa per gli altri siciliani, e cioe' che i siciliani non amano il mare. Il piu grande testo dell' epopea contadina. Le opere e i giorni di Esiodo, parla della speranza che tutto sia sempre uguale e postula l' estraneita' e la novita' come cio' che distrugge le messi e le vite. L' epistemologia marinara e intrinsecamente diversa. Il domani puo portare naufragi, ma anche una ricca pesca. Lo straniero, il diverso e ricercato e indispensabile, perche' con lui si possono fare "traffici" e scambi e da lui si puo imparare. (Nel mondo marinaro l' altro e spesso stato nemico ma vi e' troppa 'cultura' ed esperienza per parlare di 'civilta superiori'). A mio avviso la terapia e' anche un confronto fra queste due epistemologie, questi due bisogni psichici: quella della continuita' e quella della discontinuita'. Senza la seconda essa piu' che trattamento, rischia di essere intrattenimento o controllo. Se il terapeuta non puo', ogni volta, cercare di affrontare il mal di mare, la nausea, le durezze del proprio mondo interno o il sentimento di perdersi, gli sara' impossibile consentire all' altro di cercare di guardare , di immergersi nelle proprie relazioni interne. In gruppo non ci sono divani, ne analisti senza memoria e senza desiderio. Il gruppo e' il luogo dello sguardo e della piena presenza del corpo: questo vale anche per l' analista che e sempre "tirato dentro" da una rete relazionale siffatta. Il terapeuta come persona e inevitabilmente "visto" e conosciuto (ma questo in qualche modo vale per ogni terapia realmente relazionale). In un momento difficile un subacqueo, che ha sempre vissuto nella convinzione di odiare la propria madre, fredda e disinteressata, e' vicino a scoprire il culto fusionale inconscio e l' infinito bisogno che sin dall' infanzia lo lega a lei e che forse e collegato alla sua omosessualita'. L' immagine di medusa che impietrisce chi la guarda e una buona metafora del timore inconscio di questo tipo subacqueo, rispetto alla terapia analitica di gruppo e in genere all' intimita con altre persone. A questo punto terrorizzato ma trepidante, si volta improvvisamente verso il terapeuta e gli chiede (avendo sentito parlare della storia subacquea dell' analista): "Ma tu ti sei mai immerso di notte al largo"?, cioe: "Ma tu sei disposto ad andare dove mi chiedi di andare?" (E cio, nel suo caso nel buio dell' ignoto, oltre le certezze della fusionalita' con la madre, all' incontro con l' altro. Il terapeuta risponde con molta autenticita di si, ma fra il dire e il fare... Rispetto a quanto ho detto una metafora adeguata per il terapeuta non e piu' quella freudiana dell' analista" archeologo" che condivide la discesa agli inferi, bensi quella del navigatore fenicio. Questi si basava sulla padronanza dei propri strumenti (la barca, le vele, i remi, la sua capacita di navigare con le stelle, la sua esperienza e resistenza psicofisica), ma sapeva che il mare aperto e piu' forte di qualunque uomo e che, soprattutto se cercava di scoprire territori ignoti, non poteva prevedere se, dove e quando sarebbe approdato. Egli sapeva pero' che solo il funzionamento e la sintonia dell' equipaggio garantivano la navigazione. Come l' antico esploratore, il terapeuta non possiede mappe dettagliate che gli dicano prima di andarlo a scoprire come e fatto il territorio, ma possiede un setting, una formazione, dei quadri di riferimento teorico, la conoscenza della psicopatologia, degli strumenti di navigazione, un'adeguata esperienza fatta nei propri viaggi (terapia personale, supervisioni, studio scientifico, esperienze del lavoro e del vivere). Questo viaggio metaforico ci ha portati alla questione dell' etica e della competenza in psicoterapia e cioe' alle conditio sine qua non del nostro lavoro.. Anche qui ci aiuta un vecchio proverbio mediterraneo, "a mari un ci sunnu taverni" (a mare non ci sono taverne), e cioe' non c'e possibilita di chiacchierare e vantarsi. Ritengo quindi che l' onesta del nostro lavoro implichi la capacita' di valutarlo senza auto-collusioni quindi anche con gli altri. Mi viene da pensare ancora all' immersione. In essa se si commettono errori, se progetti e strumenti non sono chiari, si rischia molto. Lo stesso si rischia se l' ansia, la superficialita', il rifugio nelle piccole tecniche impediscono una esplorazione non turistica. Lo stesso e' in psicoterapia e forse ancor di piu visto che chi rischia, anche con l' intrattenimento e la cronicizzazione, e' il subacqueo. “... ci insegno anche che il Mare non era il "mondo del silenzio", come molti avevano cominciato a definirlo, bensi un mondo percorso da urla mentali che non si percepiscono con le orecchie ma con cuore e mente dell’ uomo” Riporto alcune caratteristiche che ritengo possano differenziare l’ immersione subacquea di tipo sportivo (anche tecnica) da altre discipline facendone un’ esperienza con una forte valenza emotiva oltre che una pratica sportiva: - e uno sport nel quale il principiante, pur non possedendo alcuna competenza specifica, puo raggiungere i traguardi prefissati dall’ istruttore in pochissimo tempo a differenza di altre attivita' dove occorrono anni di impegno per ottenere risultati importanti; - il raggiungimento degli obiettivi sottosta' alla presenza di stress e di un particolare stato d’ animo (apprensione) in maniera piu significativa rispetto ad altre discipline sportive; - i fattori eta', sesso e forza fisica sono del tutto relativi se raffrontati con l’ importanza che assumono in altri sport; - l' elemento discriminante che fa' si che un sub possa diventare nel tempo un “esperto” e la cosiddetta acquaticita. Con questo termine si intende una naturale confidenza che l’ essere umano ha per l’ acqua fin dalla nascita. E’ facile osservare come un bambino di pochi mesi si trovi perfettamente a suo agio nell' acqua da alcuni elementi che vanno dall’ assoluta tranquillita' e piacevolezza procurata dal trovarsi immerso nell' acqua allo spontaneo "riflesso all'apnea" (interruzione volontaria della respirazione) attivato dal semplice contatto dell' acqua sul viso. Il timore che a volte alcuni bambini manifestano col passare del tempo e spesso il risultato riflesso delle paure degli adulti con cui i bambini si rapportano e, quindi, del mancato mantenimento della primitiva confidenza. L’ acquaticita' e', comunque, un argomento sul quale non esistono studi approfonditi e ricerche in campo sperimentale. - gli elementi di "piacevolezza" degli altri sport come la fatica, l' arrivare per primo, la tolleranza al dolore causato dalla tensione muscolare, non appartengono al subacqueo che, al contrario, deve stare attento a non fare eccessiva fatica, che se avverte dolori muscolari o se si accorge che l' impegno diventa un sacrificio eccessivo deve interrompere la sua attivita' sportiva, che deve vigilare e stare attento al compagno e rispettare il posto che la guida subacquea o l’ istruttore gli hanno assegnato durante il briefing, che precede l’ immersione. La psicoanalisi e altre scienze psicologiche si interessano della motivazione. Ci si potrebbe chiedere: “Perche' X e' attirato dalla subacquea?” nei suoi diversi aspetti. E X potrebbe rispondere che si immerge “perche' vuole vedere pesci interessanti e coralli colorati” oppure “con lo scopo di raggiungere dei cambiamenti”, compreso il superare la paura. E’ possibile cercare di capire cosa spinge X a immergersi esplorando nel suo inconscio, nella sua storia personale, andando indietro alla sua infanzia e indagando nei suoi aspetti evolutivi. Questi elementi possono rilevare le origini della sua motivazione o essere in grado di spiegare, nel caso di altri individui, cosa possa esserci, invece, alla base del timore di andare sott’acqua. Spesso, infatti, i motivi che una persona adduce come spiegazione del suo rifiuto di immergersi non sono quelli reali o i piu importanti. Per completare il discorso sulla motivazione all’ attivita' subacquea e utile proporre un’ altra importante considerazione, anche se solo teorica e di direzione opposta, che e' la seguente. Prendiamo in esame un sommozzatore professionista, militare o civile, che si sia imbattuto casualmente in questo lavoro e di riscontrare, sulla base delle sue caratteristiche psicodinamiche, che non e' adatto a questa professione. Nonostante porti a termine in modo soddisfacente il corso, non e' contento del suo ambiente e l’ accumulo di sofferenza gli causa abbattimento e lo rende in poco tempo inefficiente e stressato (Si tenga conto che nei Vigili del Fuoco Sommozzatori solo l’ 1,8 dei corsisti rimane a fare tale attivita’, ecco l’ importanza del serbatoio Diving Center Punta Stilo, serbatoio di team specializzato). In questo caso quali aspetti della personalita' possono essere una controindicazione all’ immersione subacquea e perche' pur essendoci le capacita' attitudinali di tipo fisico insorge insoddisfazione, stress e inefficienza? C’e molto da studiare relativamente alla psicodinamica dell’ attivita' subacquea, e possibile comunque applicare un piu' ampio sistema concettuale agli aspetti che attualmente conosciamo. Ci sono numerosi fattori emotivi di tipo inconscio alla base del desiderio di effettuare un’ immersione subacquea. I principali fanno riferimento al voler sopraffare nemici presenti sott’ acqua e al piacere anestetico di abbandonarsi nel mare. “Ho la sensazione di essere senza peso e quindi di volare, sentire l' acqua scorrere sul corpo, interagire con le altre forme di energia che sono in acqua, osservare quella varieta' biologica che in acqua non ha eguali”. “Vado in acqua per conoscere un mondo diverso; quello che mi spinge e' la voglia di conoscere, dagli organismi diversi’ ai relitti (pezzi di storia dimenticata) ...forse e' solo curiosita”. “Appena metto la testa sott' acqua d' improvviso mi si svuota da ogni riferimento con tutto cio' che sta sopra la superficie E'. La motivazione che spinge sempre piu' persone ad immergersi sott’ acqua e' da ricercare nel crescente bisogno di trovare nuove cariche emotive che consentano di coniugare l’ amore per le attivita' avventurose con un rapporto intimo con la natura. L’ immersione e' una risposta alle esigenze dell’ inconscio tanto individuale che collettivo di recuperare quel rapporto primordiale presente tanto nel ritorno alla condizione intrauterina, dove la vita si svolge nell’ acqua, quanto nelle profondita' del mare dove vivono i pesci, nostri lontanissimi antenati. Per capire, invece, gli aspetti ludici insiti nell’ attivita' subacquea e in particolare nel “wreck diving” (l’immersione nei relitti) possiamo fare riferimento al vecchio archetipo della ricerca del “tesoro sommerso” [1], sul quale insistono numerose storie, che con il tempo diventano leggendarie come quella del “Tesoro di Polluce”. “Si narra che nella prima meta' dell' ottocento, una nave carica di materiale prezioso, opere d' arte, oro (tra cui una carrozza), vasellami e argenteria, fece rotta verso l' Elba. Questa nave, proveniente dall' allora Regno di Napoli, naufrago nelle acque antistanti l’ isola. Poiche si tratto di un affondamento deciso dal capitano della nave, l' equipaggio ebbe modo di salvarsi e raccontare le meraviglie del carico e dei tesori che la nave nascondeva nelle stive. Probabilmente il capitano della nave preferi' affondare la nave ed il suo carico perche' inseguito da navi francesi, che allora occupavano l' Elba. La nave si chiamava "Polluce" e fu' lo stesso Re' Ferdinando IV ad ordinarne la sua partenza dal porto di Napoli. Lo scopo del Re' era quello di porre in salvo alcuni tesori e opere d' arte poiche' il suo regno stava per essere minacciato dalle truppe anglo-russe (1806). Nel 1860 si tento il primo recupero, ma, anche se localizzarono il relitto, non ando a buon fine a causa dei mezzi rudimentali di allora. Infatti, individuato il relitto, cercarono di imbracarlo e di portarlo in superficie, ma durante questa fase, si strapparono le catene e il recupero fu abbandonato. A causa di questo inconveniente, la nave fu' spostata dal posto di origine cosicche', il secondo recupero, che fu' nel 1936, consistette in una ricerca piu' che in un recupero vero e proprio. L' impresa non ando' a buon fine nemmeno in questo caso. Successivamente, ci furono molte altre spedizioni, piu' o meno ufficiali, ma pare che tutt' oggi, nessuno abbia mai recuperato il tesoro sommerso”. Il momento piu significativo dell’ attivita' subacquea corrisponde, pero, al momento in cui viene attraversata quella linea che segna il confine tra l’ aria atmosferica e l’ acqua, che vuol dire di fatto varcare una linea reale, unica, diversa da qualsiasi altro confine di tipo metaforico tra dimensione reale e virtuale o tra somatico e psichico. Confine che segna la separazione tra due mondi: quello terrestre e quello sottomarino. Tracciare il profilo psicologico del subacqueo non e un’ operazione facile come non lo e del resto per ogni categoria sociale e professionale, perche' si corre il rischio del riduzionismo ogni qual volta si cerchi di definire un essere umano sulla base di una singola attivita' che svolge o lo appassiona. E' possibile, pero', costatare se esistano degli aspetti che si presentano con maggior frequenza tra chi pratica una medesima attivita' e' approfondire quali sono le caratteristiche determinanti e quali quelle richieste per praticare l’immersione subacquea. Il desiderio di isolarsi Ecco alcune testimonianze di subacquei: “Mi trovo a passare la maggior parte della mia giornata, anzi direi tutto sommato della mia vita, in mezzo ad una quantita' spropositata di ‘fanfaroni’. Gente cioe' che e' bravissima a parlare, parlare, parlare e poi ancora a parlare. Mi riferisco naturalmente all' ambiente in cui lavoro e in cui i ‘fanfaroni’ esistono a tutti i livelli: sopra, di fianco e sotto di me. La subacquea e', invece, il poter vedere le persone da un'altra angolazione. Tolta la possibilita' di ‘fanfaronare’, posso finalmente vedere e valutare le persone solo per quello che fanno o per quello che sono e non per quello che dicono”. “Direi che molti stanno ‘bene’ da soli, anzi per meglio dire fanno di tutto per essere da soli, fino all' estremo. In un ambiente che li rassicura, li conforta, li trastulla con il suo dolce ondeggiare, in assenza di peso, di rumori, di luci improvvise e violente, il tutto ovattato... il mio mondo! Unico limite la ‘ meccanica’ dell' immersione che ti riporta in maniera cruda alla realta (tempi, quote, riserve di gas, ... accidenti e' ora di andare) ”. L’isolarsi e' una delle caratteristiche dell’ attivita' subacquea ed e' forse quella piu affascinante: il subacqueo e' infatti tagliato fuori completamente dal mondo esterno. La comunicazione sott’ acqua e' molto limitata e parallelamente si incrementa la consapevolezza del subacqueo che il proprio benessere fisico e completamente nelle sue mani. Sono numerosi i subacquei che riportano questi vissuti determinati dall’ isolamento provato sott’ acqua. Le testimonianze piu significative possiamo pero' averle da quelle persone che hanno sperimentato personalmente lunghi periodi di isolamento. Bombard [2] che con una barca a vela navigo per parecchi mesi, per dimostrare che si puo sopravvivere nutrendosi di solo pesce, ha elencato i seguenti aspetti:
1 - Provare la sensazione di essere al centro del mondo e di essere l’ unico sopravvissuto.
2 - Parlare con se stessi e con gli oggetti.
3 - Sviluppare false credenze e superstizioni.
4 - Presentare allucinazioni di tipo uditivo e visivo.
5 - Insorgenza di paranoia data dall’ avvertire il presentimento di essere perseguitati da qualcosa di “cattivo”. Altri autori che hanno raccolto i diari di esploratori e navigatori che avevano viaggiato da soli sono arrivati a conclusioni simili. Ma fino a che punto un subacqueo avverte questo vissuto di isolamento? Possiamo ritenere che il subacqueo sportivo difficilmente riporti questo sentimento in quanto rimane sott’ acqua per circa un’ ora e poi riprende la sua regolare vita sociale. Il sommozzatore professionista si immerge, invece, quasi tutti i giorni per quattro ore o piu'. Sarebbe interessante domandarsi, inoltre, se gli effetti dell’ isolamento possano essere cumulativi; ovvero, ogni immersione cancella gli effetti della precedente o i sentimenti legati al restare isolati permangono fino all’ immersione successiva e in questo modo vanno sommandosi? Altri interrogativi, che rimangono aperti sulla scia delle esperienze dei navigatori solitari, fanno riferimento all’ insorgenza di false credenze o superstizioni in subacquei con molti anni di esperienza o al fenomeno di sentire delle voci. In numerose immersioni effettuate in mare o nei laghi mi e capitato di osservare statue di varie dimensioni raffiguranti la Madonna o Gesu crocifisso; non sono pochi neppure i presepi subacquei. Pur non dubitando dei sentimenti di fede profonda che animano i gruppi subacquei che hanno deciso di collocare sott’ acqua queste statue, non posso non pensare anche agli elementi di superstizione che a volte si celano dietro gli oggetti che raffigurano tematiche religiose. Per quanto attiene alla possibili insorgenza di dispercezioni durante l’ immersione, ecco una testimonianza: “Una volta ho sentito delle voci. Eravamo in acqua in tre, accompagnati dalla guida. Durante tutta l' immersione ho sentito una nenia, come se qualcuno stesse cantando. Ho pensato a qualche strano fenomeno, tipo il "fischio alle orecchie" o cose del genere, ma senza troppa convinzione, tanto netto era il canto che sentivo. A fine immersione, trascorso un po' di tempo, ho chiesto alla mia compagna se avesse sentito qualcosa di particolare. La stessa nenia era stata avvertita anche da lei. Non ho indagato oltre...”. Di fatto, nessuno di questi aspetti e stato fino ad oggi studiato. Il desiderio di appartenere ad un gruppo A dispetto di tutto cio, la subacquea e di fatto un’attivita' che ha un’ alta valenza sociale, che si evidenzia in due modi principali: 1 - Durante l’ immersione ciascun subacqueo ha un compagno. Ciascun membro di questa coppia e responsabile dell’ altro, deve monitorare i movimenti del partner ed essere pronto ad offrire il suo aiuto se e necessario. 2 - L’ attivita' subacquea sia sportiva che professionale (militare, scientifica) e' quasi sempre strutturata come un’ attivita' di gruppo all’ interno del quale ciascuno ha un suo ruolo. Non e' semplice spiegare la contraddittorieta' insita tra la condizione di isolamento del subacqueo in profondita' e il suo elevato livello di responsabilita' verso il compagno e il gruppo piu vasto. In effetti le personalita' molto introverse (il cosiddetto “lupo solitario”) non trovano facilmente posto nel mondo della subacquea. Fanno eccezione quei subacquei che si immergono da soli, pratica sconsigliata fermamente da tutte le agenzie didattiche. Il desiderio di appartenere ad un gruppo o ad un club di subacquei e', pertanto, una delle motivazioni piu' forti che spingono una persona ad effettuare questa pratica sportiva (Specialmente per chi ha la fortuna di essere in un gruppo selezionato, vero! Come lo e' il Diving Center Punta Stilo). Bachrach [3] scrive: “Pochi sport sono cosi' organizzati in club come quelli subacquei. Il piacere di condividere l’ esperienza dell’ immersione e le conversazioni che l’ accompagnano sono la principale ricompensa per il subacqueo. L’ identificazione con il gruppo e di fondamentale importanza”. Analoga considerazione era riportata nel lontano 1964 da Tatarelli [4] che diceva: “il tipo chiuso, introverso e' inadatto a questo genere di attivita', che potrebbe essergli persino nociva accentuandone le gia' depresse qualita morali” (Io comunque ritengo al contrario). Risultati opposti sono evidenziati da Caneva e Zuin [5], che in un loro studio su 46 subacquei hanno trovato, invece, un elevato grado di introversione come elemento predominante. Lo spirito agonistico: Il subacqueo sportivo a differenza di chi pratica altre discipline non deve vincere nulla, non ha un traguardo da superare a tutti i costi o degli avversari da vincere. Nelle immersioni tecniche c’ e' un traguardo dato dal raggiungere una certa profondita' o dal riuscire a visitare un particolare relitto, ma questo tipo di “traguardi” sono raggiungibili solo grazie alla cooperazione di altri compagni di immersione. Il subacqueo aspetta chi rimane per ultimo e interrompe l’ immersione se una persona non si sente bene, ha sbagliato ad effettuare un’ entrata, o ha terminato prima degli altri l’aria della bombola. La maggior parte dei subacquei sono caratterizzati da scarso spirito competitivo e se il desiderio di emergere e di gareggiare non e un elemento che caratterizza l’ immersione, questo non vuol dire che chi pratica la subacquea non abbia il senso dell’ agonismo, tipico di ogni essere umano e caratteristico della struttura psichica dello sportivo. “Il fatto e - sostiene De Marco [6] - che egli esprime cio' in modo diverso, con differenti obiettivi. Il subacqueo lotta, si difende, combatte, aggredisce, ma il suo avversario e piu' l’ ambiente che lo circonda che un suo collega. Spirito ribelle: La subacquea e' anche ribellione. E’ il ribellarsi alle leggi della natura, alle regole della Creazione che hanno assegnato il mare ai pesci e agli uomini la terra. Tramite una forma di isolamento autoimposto il subacqueo riesce ad estranearsi dalla societa' e forse anche in questo modo esprime il suo spirito ribelle. Il subacqueo sfida tutte queste leggi e regole e ci riesce. Nel 1973 Biesner [7] in un suo studio ha confrontato 95 marinai che lavoravano come sommozzatori con 95 marinai che svolgevano altre mansioni a bordo trovando che i subacquei avevano effettuato da giovani piu fughe da casa, giocavano piu' spesso a poker e ricevevano un numero maggiore di multe rispetto al gruppo di controllo dei marinai. L’ autore ha ricavato un’ impressione generale sul subacqueo come di una persona che, negli anni della maturita', e' un ribelle, un anticonformista e' un amante dell’ avventura. “Forse l’ attivita' subacquea - concludeva - attira gli individui con queste tendenze naturali”. Alcuni anni dopo, lo stesso ricercatore ha esaminato attraverso uno studio longitudinale se gli indici antisociali (menzionati sopra) fossero correlati alle capacita' e all’ efficienza dei marinai, ma non trovo nessun tipo di correlazione. In conclusione, mentre un background di difficolta' di adattamento puo' indicare una scelta per una particolare attivita' (la subacquea), questo non evidenzia nessuna attitudine o successo in questo campo [8]. Non esiste nessuno studio che prenda in esame i tratti di personalita' dei subacquei sportivi, ma possiamo aspettarci che una tendenza alla ribellione riscontrata nei sub professionisti possa essere presente anche nell’ attivita' subacquea di tipo sportivo. Gli Autori consigliano il “training autogeno” per favorire un rafforzamento della percezione del corpo e della mente. Alcuni sub praticano con successo questo metodo, ma non esistono al momento studi che ne evidenzino l’ efficacia nell’ attivita' subacquea. Personalita' e immersione: Alcuni subacquei descrivono se stessi diversi quando si trovano sott’ acqua: “Mi sento piu' rilassato”, “Divento piu' tranquillo”, “Mi sembra che i miei problemi siano piu' piccoli”, “Sono piu' consapevole del mio corpo”. A volte queste affermazioni danno l’ idea che ci sia una regressione o un ritorno a stadi piu precoci dello sviluppo, relativamente agli aspetti che riguardano la sensazione di assenza di peso, l’ essere isolato e la liberta' dalle preoccupazioni. Si puo pensare che le persone cambino quando si trovano sott’ acqua? Sott’ acqua, in effetti, i processi percettivi e sensoriali sono diversi dall’ ambiente esterno. Se sott’ acqua si verificano dei cambiamenti cognitivi, perche' non potrebbero esserci anche dei cambiamenti personologici? Se l’ approccio situazionale allo studio della personalita' e' corretto, allora l’ attivita' subacquea rappresenta un contesto eccellente su cui poter verificare cio'. Non esistono attualmente ricerche in questo ambito. I ricercatori della psicologia e del comportamento del subacqueo, come Nevo e Breitstein [12], sottolineano come le interviste effettuate ai subacquei finiscano per essere deludenti per gli psicologi che ottengono informazioni superficiali, una descrizione anche dettagliata degli avvenimenti legati all’ immersione, ma non quelle evidenze significative che facciano riferimento al trovarsi al momento della valutazione psicologica in profondita'. E’ difficile proporre programmi di ricerca che prendano in considerazione gli aspetti inconsci del comportamento del subacqueo oppure che confrontino protocolli Rorschach di subacquei con quelli di non subacquei. Un’ esperienza di vita parallela “...Da quando vado sott' acqua (quasi otto anni) ho raggiunto un equilibrio interiore nei confronti della vita di superficie che non avrei mai immaginato. Ho imparato ad avere un buon rapporto nei confronti del genere umano (che non avevo), cresciuto pari passo con il raggiungimento di obbiettivi subacquei sia tecnici, pratici e specialmente interiori. Certamente rientro nella categoria - come ipotizza Capodieci - di chi ha una ‘dipendenza’ da bisogno del ’profondo’. La mia dipendenza dall' acqua sottolinea una grande evoluzione interiore che si e' sviluppata nella conoscenza di me stessa nelle sfumature piu nascoste, che in superficie nonostante i tentativi di ricerca, non avevo mai raggiunto. Questo equilibrio mi ha portato ad una serenita' di vita solida, ma sempre bisognosa dell' acqua. In pratica per essere positiva verso me stessa e la vita in generale ho bisogno di ’respirare’ l' acqua. L'elemento acqua e la specifica situazione dell' immersione, specie profonda, crea in me il giusto rapporto nei confronti degli altri al punto che ho superato la sofferenza della ’solitudine’ proprio andando sott' acqua scoprendo cosi la parte migliore di me”. Numerosi autori [13, 14, 15] hanno rilevato che le motivazioni che spingono ad intraprendere l’ attivita' subacquea hanno radici che traggono origine dalle dinamiche inconsce dell’ individuo. Nel momento in cui si valica la linea di contatto tra l’ aria e l’ acqua e l’ immersione e “agita” si svilupperebbe una divaricazioni tra pulsioni profonde e motivazioni consce. E’ in questa condizione che possono affiorare conflitti interiori, come argomenta J. Hunt nei suoi lavori [16,17], che fanno emergere le pulsioni libidiche e quelle aggressive del soggetto che pratica l’ immersione. Merita di essere ricordata l’osservazione di Antonelli [18] che definisce lo sport subacqueo “un’esperienza di vita parallela” piu che una vera disciplina sportiva. In base a questa affermazione, il subacqueo sembra ritrovare nel mondo sommerso qualcosa che non riesce a vivere o a soddisfare nella vita quotidiana. E per questo motivo che durante l’ immersione diventa piu' importante quello che si prova o quello che si immagina che si potra osservare piuttosto di cio' che realmente si incontra. L’ immersione corrisponderebbe - sostiene De Marco [6] - all’ affiorare di un mondo interiore proiettato attraverso le dinamiche della fantasia inconscia nel mondo sottomarino. Questa esperienza, che svolge una funzione simile a quella del sogno, non e' strettamente attinente al momento dell’ immersione, anzi spesso viene a essere vissuta prima o dopo l’ immersione stessa. Pelaia [19] dai colloqui clinici che ha svolto con sommozzatori di diverso ceto ed estrazione sociale ha evidenziato che non e' il mondo subacqueo reale a stimolare e ad attrarre il subacqueo, ma l’ idealizzazione di esso. E’ la tendenza, comune a tutti i sub del suo studio, a soddisfare le esigenze di dinamiche inconsce a ricostruire, al di sotto del mare, il meraviglioso mondo delle esperienze primordiali. Questo aspetto e verificabile sul piano interpersonale quando, durante il “debriefing”, ogni subacqueo racconta di aver visto pesci, coralli o di aver provato delle sensazioni che molto spesso differiscono dalle esperienze e dai racconti degli atri subacquei come se ognuno avesse fatto un’ immersione diversa. Anche sul piano intrapersonale la ripetizione, da parte del subacqueo, di un’ immersione gia effettuata fa si' che affiorino nel campo percettivo elementi che la rendono diversa dall’ esperienza vissuta in precedenza. La ricerca del piacere anestetico del cullamento, il senso piacevole di perdita del controllo, il contatto con l’ acqua, portano il subacqueo a sopportare fortissimi disagi e pericoli reali. Si possono notare cosi - aggiunge De Marco - alcuni significati dell’ attivita' subacquea attraverso le forme della sovradeterminazione onirica [6]. Alcuni autori [20] sono dell’ opinione che la regressione, vissuta piacevolmente dal subacqueo nell’ immersione, svolga il significato di un meccanismo di difesa contro l’ angoscia o i vissuti conflittuali che si sviluppano nella vita relazionale quotidiana. Il rapporto che si viene a creare tra il mondo dell’ immersione subacquea e l’ isolamento dalla vita e dalla realta' fa si che l’ attivita' subacquea diventi un tentativo di difesa contro le pulsioni aggressive, specialmente quando rischiano di diventare pericolose. Le modificazioni che vengono a crearsi nel vissuto del subacqueo verso la competitivita' il progressivo limitare la vita di relazione e l’ intensificarsi dell’ attivita' subacquea, hanno in comune il tentativo di costruire un luogo (la dimensione subacquea) dove non vi sia lo spazio per le manifestazioni aggressive, specialmente quando diventano pericolose. Altri meccanismi di difesa, che possono essere presenti nell’ immersione, sono lo spostamento e la negazione, che consentono al subacqueo di investire su oggetti meno conflittuali e di vivere cosi minori sensi di colpa. La funzione di questi meccanismi e di far si' che il subacqueo durante l’ immersione possa incontrare “nemici” sottomarini temuti, ma meno pericolosi di quelli reali, presenti sulla superficie terrestre. Le immersioni che espongono il subacqueo a rischi di incidenti o i tentativi di superare i propri limiti rappresentano quindi un venir meno di questi meccanismi di difesa. La ricerca dell’ isolamento fallisce e l’ aggressivita' (a causa dei sensi di colpa non piu' mascherati o spostati) viene rivolta verso se stessi. Le situazioni di pericolo possono essere create anche per il desiderio di appagare grosse spinte di tipo narcisistico (Quindi non stando negli standard). Sono momenti di grande onnipotenza, che hanno spesso una funzione compensatoria vissuta solamente all’ interno di se secondo il meccanismo della “cross-identification” [21]. Una reazione di adattamento, che si manifesta in alcuni subacquei ed e riscontrabile nell’ estasi da record del campione, e la “paura del ritorno in superficie”, che consiste in un sentimento “claustrofilico” con nostalgia della profondita' e un vissuto ambivalente che consiste nel sentirsi piu' protetti sott’ acqua piuttosto che in superficie [6]. Un ultimo aspetto, che fa riferimento ad un meccanismo di conversione somatica dell’ angoscia, e' proposta da Bana. Si tratta di un subacqueo ricreativo, che aveva chiesto un aiuto medico per dei ricorrenti episodi di cefalea che si verificavano nella fase di risalita dell’ immersione a circa 10 metri di profondita'. L’ autore imputa questa cefalea alla riluttanza del subacqueo a far ritorno in superficie dove lo aspettava la propria quotidianita', che risultava molto problematica [22]. L’ attivita' subacquea fungeva per questa persona da “rifugio” e quando era il momento di abbandonarlo affiorava il disturbo psicosomatico. La preparazione dell’ equipaggiamento, il briefing, l’ ultima verifica dell’ attrezzatura, l’ assenza di gravita', lo scendere nel ‘blu’, la modificazioni dei colori, l’ affidarsi al compagno e al gruppo, la continua verifica di se stessi, il sentire il proprio respiro, gli incontri con i pesci e le altre creature marine, la contemplazione dei fondali e delle pareti, la suggestione alla vista di un relitto, di un 'anfora o di una grotta, l’ euforia per l’ impresa compiuta, il parlare dopo il silenzio, Il comportamento dell’ immergersi ha un grande significato simbolico. In questo senso, la profondita' del mare si presenta nella mitologia come luogo di pericolo e di mistero, un posto dove vivono mostri che inghiottono le imbarcazioni. La ricerca di come e in che modo gli effetti benefici dell’ immersione subacquea continuino anche dopo, durante la vita di tutti i giorni. Gli studi sugli aspetti psicodinamici della subacquea si trovano ancora in una fase pionieristica. E’ auspicabile, pertanto, che in futuro possano svilupparsi e fornire importanti contributi alla conoscenza dei meccanismi mentali che caratterizzano l’ immersione subacquea e della personalita' di chi la pratica. Il motivo per cui l' essere umano approda alla "profondita subacquea" ritengo sia molto delicato e si basa, a mio avviso, su due precisi bisogni: "l'abito esterno" (cio che si vede) e la nostra sfera emozionale interiore che solo noi sentiamo (cio che non si vede). L'abito esterno e' il bisogno di scoprire sino a che punto siamo capaci di confrontarci, con le nostre tecniche e capacita' mescolate alle aspettative di "essere", verso la forza naturale dell' elemento acqua che, anche se non ci appartiene, ne siamo stregati e affascinati, spingendoci ad accarezzare inconsciamente il bisogno di "possedere" anche se per poco tempo questa dimensione liquida rivestita di "torpore antico". Stiamo bene avvolti nell' acqua. Il rivestimento, muta, attrezzatura, ecc., di cui abbiamo bisogno per vivere l' acqua, ci gratifica nell' immagine che mostriamo e riceviamo di noi. E' il bisogno di dimostrare a se stessi e agli altri che siamo capaci di andare dove pochi uomini si cimentano; carpire segreti e misteri dell' acqua ha, comunque, un risvolto al tempo stesso "narcisistico" e distensivo. Il nostro bisogno interiore e' l'altra ragione, piu sottile, legata alla scoperta della parte emozionale piu nascosta di noi, quella che chiede di essere ascoltata e che riguarda le nostre debolezze e, se ascoltata, trasforma l' emotivita' interiore, in forza ed energia. Questo mutamento, sviluppa il coraggio di posare lo sguardo nello specchio di noi stessi senza barare o negare nulla alla propria identita'. Il bisogno del "profondo", in questo caso, e' il bisogno di interiorita' di comunicazione con il proprio io, con le proprie emozioni e paure. E' proprio attraverso la paura ed il timore di affrontare il mondo del mistero liquido, che la calamita' si intensifica. Vivere la profondita' del mare e' in stretto rapporto col bisogno di conoscere la parte piu segreta di noi e, aiutati proprio dalla condizione dell' essere avvolti nel liquido, riesce ad emergere e consolidare, passo dopo passo, questa conoscenza liberata da filtri d' immagine, con noi stessi. La spinta verso questa conoscenza cosi intima di noi e sviluppata dal desiderio e, contemporaneamente, dal timore e paura nell'affrontare il liquido. E' proprio questo misto di timore e paura rivolto al profondo, che traccia il percorso verso il superamento di quegli scogli interiori necessari per conoscersi "dentro", e che poi ci aiuteranno nella vita quotidiana. Questa conoscenza diretta con la sfera emozionale, trova nell' immersione profonda, il giusto ambiente, privato e "naturale" per riuscire a dichiararsi a se stessi. Spesso nella vita quotidiana di superficie, coinvolti dai "sistemi" sociali, i nostri timori o paure si mimetizzano nei silenzi interiori, non ascoltati. Nell' approccio alla profondita' dell' acqua, questo desiderio di conoscere i nostri silenzi interiori, e mistificato dall' abito esterno, quello che racconta "il vero macho non ha paura" ed automaticamente ne siamo stimolati e attratti dal desiderio di dimostrare a noi stessi di essere "uomini senza paura". E' proprio questo il punto d' incontro con il nostro "io": il timore e la paura di "scendere" spinto dal bisogno di gratificazione nel sentirsi un macho. E' il guerriero con l'armatura che al suo interno vive le angosce e le gioie delle sue conquiste e sconfitte. La sfera emozionale, che vive all' interno dell' armatura, agevolata dal contorno dell' ambiente liquido e profondo, spinge verso l' esterno della nostra coscienza, per aprire il dialogo con noi stessi e, contemporaneamente con "l' umilta'" ed il rispetto nei confronti della natura che ci ospita. Automaticamente questa scoperta di sentimenti quali l' umilta' e il rispetto e' rivolta anche verso le proprie debolezze, paure e timori, riparata alla vista degli altri che non possono sentire cio che noi invece ascoltiamo dentro di noi, attraverso un dialogo nuovo ed importante. Approdare al proprio "specchio sommerso" e segreto, conduce alla calamita' che coinvolge la propria intima emotivita. Varcare il "mondo proibito", inizialmente spinti dall' esuberanza di essere piu forti di cio che ci circonda, ci conduce poi, alla scoperta di questi sentimenti umili, razionali e coerenti, che nulla tolgono all' emozione del dialogo tra l' abisso misterioso e affascinante e noi stessi, anzi lo fortificano. Il mondo degli abissi e' popolato da creature sconosciute che si lasciano avvicinare da creature sconosciute, questa e' una calamita' primitiva che ha tracciato la crescita dell' uomo: scoprire e conoscere. Cio' che si scopre in un ambiente privilegiato, diventa magico definirei dire anche esoterico, proprio per quel rapporto ripulito da condizioni esterne abitualmente legate alla vita d' immagine della superficie. Dipendenza-bisogno: Nel percorso di crescita subacquea verso il profondo, ho sviluppato e consolidato un equilibrio interiore che ha irradiato di benessere la mia vita quotidiana della superficie, sino a creare un bisogno costante del "profondo", per attingere energia necessaria al mantenimento dell' equilibrio acquisito. Vivere il "liquido profondo", ed io ne sono l' esempio, produce un equilibrio psicofisico importante e fondamentale nella propria conoscenza interiore. E' come se ogni volta respirassi forza, quella forza che poi mi serve per meglio affrontare le difficolta della vita. Questo "respiro di forza" pero non ha un serbatoio di riserva, dopo pochi giorni e vuoto ed il bisogno del "profondo" e' nuovamente a bussare alla mia porta. Per me non e' determinante la ragione della discesa, puo essere finalizzato ad un relitto (situazione particolare) o semplicemente al nulla, in entrambi i casi "scendere" sviluppa cio' di cui ho bisogno. Per concludere l' esempio personale, da quando vado sott' acqua ho raggiunto un equilibrio interiore che non avrei mai immaginato. Ho imparato ad avere un buon rapporto nei confronti dl genere umano (che non avevo), cresciuto pari passo con il raggiungimento di obiettivi subacquei, sia tecnici sia pratici e specialmente interiori. La mia dipendenza dall' acqua sottolinea una grande evoluzione interiore che si e sviluppata nella conoscenza di me stesso nelle sfumature piu' nascoste, che in superficie nonostante i tentativi di ricerca, non avevo mai raggiunto. Questo "equilibrio dipendente" mi ha portato ad una serenita' di vita solida, ma sempre bisognosa dell' acqua. In pratica per sentirmi positiva verso me stessa e verso la vita in generale, ho bisogno di "respirare l' acqua". L' elemento acqua e la specifica situazione dell' immersione profonda, crea in me il giusto rapporto nei confronti degli altri al punto che ho superato la sofferenza della "solitudine" proprio andando sott' acqua, scoprendo cosi la "parte migliore di me". La metamorfosi mentale ogni qualvolta mi accingo a programmare una discesa profonda, in acqua dolce o salata che sia, provo un senso di mistico rispetto verso quella lastra d' acqua che andro' a penetrare. E' quasi un leggero timore mescolato ad una forte attrazione. Durante la preparazione dell' attrezzatura e della propria vestizione, si percorre il tragitto verso l' obiettivo, per anticipare la conoscenza di cio' che si andra' ad affrontare, utilizzando la "visualizzazione". E' una pratica mentale preparatoria al "viaggio" da compiere. Aiuta a non distrarsi e ad ascoltare profondamente la disponibilita' fisica e mentale verso la dimensione del liquido profondo. Tutto di noi e proiettato al solo momento che si sta vivendo. L'attrezzatura diventa parte integrante della persona, come se fosse la propria pelle che respira con noi in uno strano isolamento che esclude ogni cosa che non sia riferita a questo momento di vita. La verifica di cio' che si indossera e l' ultima parte del rito. In acqua, al momento del check dell' attrezzatura, inizia la fusione mentale tra il liquido intorno e il proprio vestito meccanico, il razionale e l' emotivo, come se attraverso il rituale dell' attenzione si entrasse nelle parti d' acciaio della rubinetteria o nelle fruste che trasporteranno l' aria o la miscela che si respirera laggiu' e durante il "viaggio". Intanto intorno scompaiono anche i rumori, inizia il primo importante contatto con l' acqua. Pronti all' imminente immersione attraverso l' autoascolto, si sviluppa la trasformazione che calamita il cervello, come se si appartenesse a quella "vita profonda" che sta aspettando laggiu'. La mente libera dal contorno terrestre e pronta a recepire ogni nuova vibrazione e, quando l'a cqua ci ricopre completamente, siamo gia parte integrante del liquido. La discesa e' vissuta mentalmente come se fosse un radar che guida la totale attenzione del nostro essere, verso l' obiettivo da raggiungere. La parte razionale di noi si consolida come fosse corpo solido, affiancando la sfera emozionale che si presenta alla nostra coscienza, forte e intensa. Ogni momento vissuto in modo forte e impegnativo, racchiude dentro ad un involucro solido e invisibile qualsiasi sensazione ed emozione conquistata. All' emersione dal "viaggio" nel "profondo" ci si ritrova piu completi e ricchi di sentimento. Immersione al lago (Immersione particolarmente introspettiva che agevola l' autoascolto privo di obiettivo particolare, visivo) L' immersione al lago, ad esempio, e dichiaratamente fine a se stessa: bene che vada si incontra qualche pesce o si osserva il taglio di parete particolare, comunque affascinante. Il paesaggio migliore, in questo caso, e' il proprio sentimento. Poi c' e' l' irrealta della situazione, l' acqua oltre i - 40 metri diventa in genere cristallina sino ad essere di un colore nero accecante, la torcia falcia metri e metri in lontananza come un occhio capace di permetterti di "vedere-leggere" in una dimensione quasi lunare. Il nero trasparente del lago che ricopre tutto, parete e oggetti rari, o semplicemente i nostri sentimenti, produce una sorta di intimita' coi propri pensieri e contemporaneamente sviluppa in maniera solida l' intesa con il compagno che e' accanto. Lo spazio e' quello che raggiunge il proprio occhio, limitato alla profondita' della luce della torcia e, quindi, non ci si sente dispersi nello spazio, pur sapendo che, magari, stiamo navigando sopra ad una profondita' abissale. La parete diventa una visione protettiva che offre "certezze. La luce, che ci aiuta a scoprire piano piano il mondo nero, non e' necessario che sia troppo forte, stonerebbe nella cornice del buio e impedirebbe alla vista e, conseguentemente, alla mente l' adattamento all' ambiente e alla metamorfosi introspettiva. Il buio dell' acqua va conosciuto adagio, adattandosi ai suoi colori opachi e lineari facilitando cosi quella sensibilita' che serve in questo ambiente che d' impatto si mostra ostile, diventando poi un' atmosfera "amica". Il mare (Il colorato mondo dell' acqua salata trascina facilmente la mente nel sottovalutare la situazione abissale in cui ci si trova) In mare invece le quote profonde (intendo nel range dei cento metri) sono facilmente pittoresche. I colori, anche se bui, esistono e questo aiuta a "scordare" di essere a quote abissali. La luce anche se debole che filtra attraverso tanti metri d' acqua, mostra una realta' deviante, che tende ad abbassare la soglia dell' attenzione interiore. Sono proprio i colori e lo spazio che mostrando una "semplicita'" fasulla, tendono a trasformare la situazione mentale come se ci si trovasse a quote meno "impegnative". Non che questo neutralizzi la razionalita' verso la situazione, ma certamente tende ad agevolare lo stato emotivo, spingendolo verso la trasgressione del tempo programmato e della quota da rispettare. Il desiderio di lasciarsi trascinare dallo stato emotivo, gioioso e prorompente (si torna un po' bambini), si trova piu' facilmente in conflitto con il lato razionale che deve mantenere saldo l' equilibrio mentale e psicofisico. Quando la parte razionale di noi e' salda, siamo automaticamente capaci di affrontare "l' imprevisto" con la giusta freddezza e determinazione. Le immersioni vissute al mare alle quote descritte, mi hanno portato, a volte, a decidere di spegnere la torcia per la troppa luce. Estasiato da quanto stavo osservando non credevo alla realta', eppure non ero in una situazione narcotica considerando il gas che stavo respirando, ma, proprio per quanto descritto sopra ho provato il desiderio di lasciarmi trasportare dall' euforica visione. L' azzurro dell' acqua a quella quota, regalava una sensazione "soporifera", che mi faceva accarezzare il pensiero di essere nel mio ambiente vitale. Non e cosi, ovviamente, ma il "viaggio profondo" nel colorato mondo del mare tende a mescolare in fretta tutti quegli stati d' animo che si presentano dentro di noi durante il tempo che si trascorre nel liquido ed il bisogno di vivere totalmente la scoperta e la conquista della propria emotivita, tende a deviare la mente verso lo spettacolo esterno anziche' interiore. La differenza tra il buio e la luce, tra il nero e il colore blu, e che mentre il primo agevola il confronto e la conoscenza dei propri sentimenti piu nascosti senza "barare", la situazione colorata e spaziosa tende a mantenere alto lo stimolo della conquista verso la natura che ci circonda, tendendo a sviluppare il "piacere". La presenza di questi conflitti: "attrazione, timore, euforia e autoascolto", sviluppano e consolidano quell'equilibrio interiore psicofisico che si trasforma in benessere. Perche' immergersi su un relitto? (Pensieri) Il relitto e la testimonianza e l' espressione della vita trasformata. Nel suo passato "canterino" e prorompente della superficie "il relitto" falcava onde e avventure, raccoglieva testimonianze silenziose, segrete, conosceva la vita misteriosa del mare attraverso la mano dell' uomo. Invece ora si trova a subire la trasformazione del destino che l' ha inghiottito e lo ha fatto suo, per trasformarlo in una fusione solida col liquido che lo governa. Ora e un' anima silenziosa che respira e invoca, rammentando nel canto notturno, il sole della superficie. In fondo il subacqueo che ama questo tipo d' immersione desidera proprio questo: riscoprire la vita trascorsa con la riprova della rinascita sommersa, tra la flora e la fauna che hanno ricoperto un "mondo" caduto in silenzio e', attraverso la rinascita silenziosa del liquido, torna a vivere. Come si puo evidenziare da questo insieme, stringato, di concetti appena accennati l’ orizzonte della ricerca e veramente ampissimo. Se vogliamo usare una metafora attinente potremmo dire: " Il Mare e la Mente un Mare da Scoprire"… Alfina e Mario Tassone

 


   
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